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Scritti e letti per voi da Giuseppe Merico.

Utente: Cenresig
Nome: Giuseppe Merico
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sabato, 21 novembre 2009

Mostri

La cognizione del dolore Margot Simpson ha stretto amicizia punto della situazione scrivi sulla sua bacheca altri mondi per schiarire le idee gentilmente visualizza tutti i 4 commenti a Ileana Floris piace questo elemento carissimi, questa settimana desideriamo aggiornarvi sull’attuale situazione del mercato dell’energia elettrica da fonte rinnovabile nun se crede! nun se crede! 12 minuti fa Paolo Nori ha stretto amicizia con Sonia Yashal e altre 4 persone si scrive Global Land Grab, si legge colonialismo. È questo, oggi, il nuovo modo con cui i paesi del c.d. Primo mondo si assicurano la definizione di paesi ricchi Marco ha fatto il quiz 'Quale cantautore italiano ti rappresenta?' e il risultato è Rino Gaetano in fondo è la stessa umanità che incontriamo giornalmente.si creano simpatie,antipatie,odi,rancori,invidie.l'unico lato è stata taggata in un album.
postato da: Cenresig alle ore 22:02 | link | commenti | commenti (pop-up)
categorie: facebook
mercoledì, 18 novembre 2009

I nomi


Su
http://malicuvata.wordpress.com
trovate i nomi degli autori che abbiamo selezionato
per A tema per Zammù.
postato da: Cenresig alle ore 09:01 | link | commenti | commenti (pop-up)
categorie: racconti, malicuvata
sabato, 14 novembre 2009

Il 20 sono a RicercaBo

 
Nelle giornate di ven 20, sab 21, dom 22 novembre 2009 presso la mediateca di San Lazzaro di Savena a Bologna si terrà la terza edizione della manifestazione Ricercabo – Laboratorio di nuove scritture.

L’evento consiste nell’invitare un gruppo di scrittori dell’area sperimentale a leggere brani inediti, e a sottoporli subito dopo a una discussione col pubblico e con gli addetti ai lavori.

A condurre l’evento ci saranno anche quest’anno Nanni Balestrini, nel suo ruolo di grande regista degli incontri del Gruppo 63; Renato Barilli, partecipante a quelle riunioni e in seguito loro attento storiografo; Niva Lorenzini, direttrice del Dipartimento di italianistica del nostro Ateneo. Ad animare il dibattito ci saranno i migliori critici dell’area bolognese, con l’aggiunta di altri protagonisti di alto livello quali Andrea Cortellessa e Cecilia Bello Minciacchi. Oltre agli argonauti Valerio Cuccaroni, Tommaso Gragnato, Giuseppe Merico, Rossella Renzi, parteciperanno:

Antonio Bagnoli, Giulio Milani, Antonio Schiavulli, Marco Bazzocchi, Giulio Mozzi, Grazia Verasani, Massimiliano Panarari, Massimo Vitali, Giorgio Celli, Elisabetta Pasquali, Lello Voce, Stefano Colangelo, Piero Pieri, Luigi Weber, Luca Pizzolitto, Tommaso De Lorenzis, Giovanni Previdi, Mascia Di Marco, Giulio Romani, Valerio Grutt, Sergio Rotino, Matteo Marchesini, Paolo Ruggiero.

Tra i sedici autori chiamati a leggere brani inediti ci saranno anche Marco Benedettelli, vice direttore di Argo, e Luigi Socci, i cui versi trovano sovente spazio sulle pagine di Argo!

postato da: Cenresig alle ore 17:01 | link | commenti | commenti (pop-up)
categorie: racconti, collaborazioni, argo
giovedì, 12 novembre 2009

L'ombra


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categorie: recensioni
martedì, 10 novembre 2009

Kurden People

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categorie:
domenica, 08 novembre 2009

Le barche blu

Prese una fotografia che ritraeva lo sfasciacarrozze e la donnina magra e triste della Romania seduti su un muretto con dietro il mare e la lasciò ai piedi della statua della Madonna. Con la stessa convinzione portò il cadavere di uno in casa. Quando Lui e un suo amico lo trascinarono in cantina avvolto in un grosso sacco di plastica verde nessuno di noi aveva capito cosa fosse, tranne il cane che si era attaccato al sacco costretto da un odore a cui non poteva resistere. Portarsi un morto in casa era vietato e forse non lo aveva mai fatto nessuno. Dunque quello era tutto un tentativo. Lo avrebbero portato nella pressa il giorno dopo, adesso non potevano. Per una strana legge nota solo a loro quel corpo avrebbe dovuto passare la notte a casa nostra. Al corpo non importava poi molto dove trascorrere la notte, aveva solo un' espressione di spavento negli occhi perchè la pistola lo aveva sparato da molto vicino e lui se l'era vista tutta la scena, fino alla fine. Gli era rimasto il terrore dell'imprevedibile che ti si lancia addosso come uno che entra nel bar dove stai facendo colazione e spara due colpi, uno in aria, uno dritto a te e ti fa fuori. L'imprevedibilità del mattino. Era stato papà a sparare. Per la legge che guidava le cose, il corpo doveva sparire nella pressa così che di lui non sarebbe rimasto niente che potesse dirsi corpo e non certo per nasconderlo, quelli che erano nel bar avevano visto tutto. Ma perchè così diceva la legge. Il giorno successivo sarebbe venuto uno che comandava e si sarebbe goduto lo spettacolo del corpo che finiva nella pressa, e avrebbe consegnato i soldi a Lui e al suo compagno. Certi lavori si pagano e tanto. La fotografia che ritraeva lo sfasciacarrozze e la donnina magra e triste della Romania si accartocciò su se stessa in pochi giorni, io presi a camminare peggio perchè i tutori andavano sostituiti e la mamma si abituò al fatto che in casa sua per una notte ci sarebbe potuto anche essere un morto.

Quando mi sono sentito meglio gli ho detto, 'tienimi'. Poi gli ho chiesto, 'perchè mi fai tutto questo male?'
Lui mi ha abbracciato forte e non mi ha lasciato per un tempo che a me è sembrato lunghissimo. Ci siamo fatti di eroina e siamo rimasti sdraiati al suolo nella stanza buia vicino al mare. Non mi dice che mi vuole bene. Non me lo dice mai. E' arrivato e mi ha dato da bere e da mangiare. Mi ha portato una testa d'agnello e un pezzo di pane. Mi ha guardato mangiare. Mi promette che un giorno di questi mi porterà il mare che c'è là fuori. Gli dico di lasciarmi andare, di lasciare aperta la porta adessso che se ne va. Dopo che ci facciamo non penso a niente, non penso a scappare e a voler essere fuori da qui, fuori dai guai. Non penso a niente.
'Piccolo stupido,' mi dice. Gli sto tra le braccia. Mi da un bacio sulla testa. 'Perchè sei così, papà?' Gli chiedo. Se ne sta in silenzio per un po', poi dice, ' Non so come altro essere...'
Mi porta un po' di mare in un barattolo di vetro. Mi porta una tinozza di plastica azzurra, mi dice, 'la cacca la fai qui'.


Quando lui e il suo compagno entrarono nel bar l'orologio segnava le sei e mezza. Certe persone si svegliano presto al mattino perchè al mattino è più facile fare le cose, è più facile guidare una macchina imbottita di eroina e farla arrivare a Bari per le sette e mezza e sbarazzarsene al più presto. Nel bar c'era l'uomo dell'eroina, il barista, un vecchio con il giornale e due ragazzi con la tuta da operaio. L'uomo dell'eroina addentò la brioche e si guardò intorno perchè l'aria si era mossa. Papà e il suo compagno entrarono, il suo compagnò sparò un colpo in aria. Tutti si voltarono, compreso il barista che chiamò papà per nome e disse 'andate a sbrigarle fuori queste questioni...'
'Tranquillo Aldino, che qua dentro al bar non rimane niente...'
I ragazzi con la tuta da operaio e il vecchio seduto al bancone con il giornale non dissero una parola, abbassarono lo sguardo e lo tennero a terra per tutto il tempo che Lui e il suo compagno rimasero nel bar. Fino quando tutto non fu finito.
Papà all'uomo dell'eroina lo chiamò 'merda' una volta e gli sparò dritto in faccia. Caricarono il corpo dell'uomo in una Fiat Uno parcheggiata fuori e lo portarono lontano dal paese. La macchina con l'eroina rimase lì altri cinque minuti, poi venne uno che sfondò il finestrino con una mazza di ferro e la fece sparire.
Se si fidava di loro, se davvero si fidava di quelli della Famiglia quel corpo sarebbe dovuto restare a casa nostra per una notte. 'E' tutto apposto,' gli disse quello che comandava quando gli spiegava quello che doveva fare mentre si accendeva un Toscanello.
Papà non disse di no, e già questo poteva dirsi 'fidarsi'.
'Quello te lo tieni a casa fino a domani mattina, lo metti in un posto, una cantina ce l'hai a casa?'
Papà fece di sì con la testa, seduto di fronte a quello che comandava.
'Poi domattina quando vengo io, tu sei della Famiglia. Pe nui sinti comu nu frate, a capitu?'

Il mare che mi ha portato non assomiglia al mare di fuori. Guardo l'acqua che è nel barattolo e la scopro ferma e mi arrabbio per la sua immobilità, allora agito il barattolo per illudermi che sia viva, che sia piena di energia come il mare di fuori. Ormai è tanto che non vedo il mare e un giorno di questi gli voglio chiedere di portarmi fuori per vederlo. Lo voglio vedere così come me lo ricordo. Il mare in quel tratto dove la spiaggia incontra gli scogli, dove c'è l'acqua bassa per un bel pezzo, dove affiorano gli scogli ricoperti di alghe verdi. Vi nuotano sempre piccoli pesciolini trasparenti, si muovono in gruppo e non si separano mai. Il mare in quel tratto non sa come essere, non ha la faccia misteriosa delle acque profonde con i fondali di pietra e nemmeno la pacata rassegnazione delle acque sabbiose. Sopra quel tratto di mare c'è una pineta fitta e uno stradone. Di qua dello stradone c'è un albero che è cresciuto tutto storto perchè il vento del salento lo ha piegato a suo piacimento. Le radici dell'albero sono visibili perchè l'albero è cresciuto proprio sul bordo di una piccola rupe che dà sul mare. Le radici corrono lungo la rupe da una parte e si affacciano sullo stradone dall'altra. Quello è l'albero del mare. Le persone non amano fare il bagno da quelle parti per via delle meduse e di certi pesciolini che si nascondono sotto la sabbia e ti pungono i piedi con la spina velenosa che portano sul dorso. In estate l'albero del mare si ricopre di cicale che vanno a morire sul suo tronco storto mentre d'inverno vi puoi sentire cantare la civetta. Apro il barattolo, vi immergo la mano e quando la tiro fuori mi lecco le dita per sentire il sapore del sale. Una volta sola non mi basta, mi lecco le dita fino a quando non ho l'impressione di essere lì, nel tratto di mare dove la spiaggia incontra gli scogli.

La sera prima, Lui e il suo compagno se ne stettero seduti a parlare nel piccolo ufficio del deposito con tutte le macchine in demolizione che si alzavano sguaiatamente al cielo in dune di plastica e acciaio. Lui diede un'ultima controllata alla pistola e per accertarsi che funzionasse sparò al fanalino di un auto. Afferrò la pistola con entrambe le mani, allungò le braccia e prese la mira. Quand'era una certa ora si salutarono e si diedero appuntamento per la mattina seguente. Rientrato a casa, pregò la Madonna che andasse tutto bene, che una volta impugnata la pistola la sua mano restasse ferma. Dopo che ci fummo coricati e in casa era sceso un silenzio compatto, sentii la porta della mia camera che si apriva lentamente. Mi svegliai di colpo senza sapere dove guardare. Poi lo vidi, era Lui. Quella fu la prima volta che abusò di me. Me ne stetti sotto il suo corpo pesante col cuore che batteva forte. Mi disse di non aver paura, di smettere di tremare. All'inizio non capii cosa volesse fare. Si stese accanto a me nel letto e se ne stette fermo per un po' senza dire una parola. Ascoltai il suo respiro farsi veloce e affannato e quando non riuscì più a contenerlo mi saltò sulla schiena e con tutta un'agitazione che lo rendeva folle me lo ficcò nel culo. Quando mi fu dentro rimase fermo ad aspettare che il respiro si calmasse. Sentii il pezzo di carne duro che mi riempiva il culo. Cercai di spingerlo fuori con i muscoli come quando non riuscivo a fare la cacca. Più cercavo di cacciarlo fuori più Lui spingeva dentro. Cercai di girarmi pancia all'aria, ma lui mi schiacciò la testa sul cuscino e quando capii che non ce l'avrei fatta a levarmelo di dosso, rimasi fermo ad aspettare che avesse finito. Non posso dire quanto durò, so solo che quella notte persi un pezzo di me. Quando si staccò e fece per andarsene, prima di chiudere la porta della camera, mi disse, 'scusa...'
Rimasi al buio a piangere. Piansi per tutta la notte, piansi fino a quando non avevo più lacrime, piansi di un dolore mai provato. Il giorno dopo, quando mi svegliai, le cose, tutte le cose avevano cambiato aspetto e non le avrei mai più guardate come prima.

Quand'ero nell'altra stanza veniva più spesso a farmi visita, gli bastava scendere le scale. Qui no, qui è lontano da casa. Non c'è il cesso e non c'è il lavandino. La cacca nella tinozza di plastica manda fuori un odore che riempie la stanza. Mi ha lasciato dieci bottiglie di plastica contenenti l'acqua per bere e un po' di roba da mangiare, cinque fettine di carne avvolte nel cellophane, due pezzi di pane da un chilo, cinque confezioni di wurstel da quattro, un grosso pezzo di parmigiano, l'insulina nella boccetta di vetro, le siringhe e una piccola stufa elettrica. Il mare fuori è sempre mosso e immagino che di notte sia freddo e nero ora che siamo in inverno. Ho cercato di arrampicarmi fino alla grata, usando come appoggio il motore del motoscafo, ma quella si trova lo stesso troppo in alto. A volte sento venire da lontano, quando il vento le porta, le voci dei pescatori che vendono il pesce. Ho urlato che venissero a tirarmi fuori, ma non mi hanno sentito. Non mi sentono mai.

Trascinarono il corpo lungo le scale che portavano alla cantina . Poteva succedere che, scendendo le scale i piedi del compagno intralciassero quelli di papà, allora Lui li spingeva via con un calcio. E quando li vidi in fondo alle scale che lasciavano cadere il corpo, pensai che se le sarebbero date come accadeva con lo sfasciacarrozze. Quel giorno, Lui non ebbe il coraggio di guardarmi in faccia.
'Ma... mi hai portato un morto in casa?' Gli chiese la mamma strattonandolo per un braccio. Il cane era tutto in fermento perchè annusava l'energia che c'era in giro, scodinzolava e non stava fermo un attimo. Lui la guardò con freddezza e le disse, 'quando mai hai capito qualcosa tu...'
Il suo compagnò guardò fuori dalla finestra scassata, guardò il vialetto e la strada, poi si accese una sigaretta e gettò il suo peso sul divano, sedendosi come fa uno che ha corso a lungo. I miei tutori andavano cambiati, una vite era saltata via e non mi tenevano più le gambe dritte, cedevano ai lati. La notte prima mio padre mi aveva violentato. Anche Lui crollò sul divano e il cane gli si mise seduto ai piedi. Ordinò alla mamma di mettere su il caffè. Aspettarono seduti con un'ansia palpabile come se da un momento all'altro, dalla porta sarebbe potuta entrare una squadra di poliziotti. Anche il compagno era di primo pelo e anche per lui quella era una prova. Se tutto fosse andato male, la Famiglia ci avrebbe rimesso solo due novellini, due aspiranti e se avessero parlato, se non avessero tenuto la bocca chiusa qualora le cose fossero andate di traverso, loro ci avrebbero rimesso la pelle, anche dietro le sbarre. Fu come se Lui si fosse ricordato all'improvviso di qualcosa, si tastò le tasche dei pantaloni, tirò fuori la pistola e la poggiò sul tavolino di fronte al divano. Quando ritornò la mamma ci trovò tutti a guardare la pistola di metallo nero.
Anche la mamma, posando il vassoio con la moka e le tazzine, anche lei guardò la pistola.
Si mise le mani sulla bocca come faceva tutte le volte che era preoccupata e con voce tremante si rivolse ai due uomini e disse, 'oggi mi fate finire nei casini, ommadonna mia...'
Allora Lui si alzò di scatto. Preparò la mano quand'era ancora seduto, la caricò di tutto quello che c'era bisogno per far male e la schiantò sulla guancia destra della mamma. Quando tutta quell'energia che c'era in giro si scaricò al suolo con lo schiaffo che papà aveva dato alla mamma, scese una calma silenziosa e sottile. Ascoltammo le macchine sulla tangenziale, non c'erano sirene della polizia. Non ci sarebbero state. Mi venne da pensare alle mani di papà che puntavano la pistola a qualcuno, mi dissi che ci voleva coraggio. Gliele guardai, le teneva sulle ginocchia. Poi pensai che la ragazzina della scuola che mi voleva bene sapeva riconoscere i colori primari mentre io no. Ma questo pensiero non c'entrava niente ed era molto lontano dalla mamma che andava a chiudersi nel bagno rimanendo lì dentro per molto tempo.

Magnolia mi ha seguito, ha portato con sé il casco da aviatore e una voce che si è fatta terribile, allunga le ultime lettere per un tempo indefinito. Mi dice che solo uno come me può sopravvivere alla puzza di cacca che si sente qua dentro. Sembra come quando andavo alle giostre e la macchinetta per tirare i pugni si incantava e mandava fuori un suono che si giravano tutti, anche quelli in fila alla biglietteria del 'calcinculo'. La voce di Magnolia mi fa pensare alle persone che impazziscono, una volta ne ho visto uno di quelli, un matto, si teneva la testa tra le mani e dondolava sulle gambe.

Il giorno prima che Lui sparasse a quell'uomo, la mamma si era incontrata con l'amante.
'Lavora sulle navi,' mi disse. 'Mi dice tante cose belle che me le dimentico pure per quante sono...' e lo disse con le mani nervose che sistemavano il golfino grigio con il collo scucito da un lato. Quelle mani stavano a dire che lei sapeva che lo avrebbe perso. Quello si sarebbe imbarcato per un viaggio lungo tutta la costa della Grecia e non sarebbe tornato se non quando entrambi non avessero intrapreso altri giorni che li avrebbero portati ad altre vite. 'Mi dimentico anche il mio nome quando sto con lui, gli dico che mi chiamo con un altro nome e che non sono del paese, che vengo dall'altitalia. E lui mi guarda con certi occhi che mi fa credere che ci crede'. Continuò a parlare dell'amante e io me ne stetti lì ad ascoltare le sue considerazioni da donna innamorata, finalmente innamorata e presto abbandonata. Considerai il fatto come una cosa curiosa che poteva succedere. Eravamo da poco entrati nel mese di dicembre e il vento che si alzava dalla tangenziale portava fumi di scarico che aleggiavano come nebbia estranea sui rottami del deposito dello sfasciacarrozze. I treni continuavano a passare e il ferro dei vagoni si era fatto più freddo. Lasciai la mamma a se stessa perchè da fuori venne un tramestio vicino alla casa. Stetti un po' ad ascoltare cercando di separare il rumore esterno dal profluvio di parole che venivano dalla bocca della mamma. Mi sistemai alla bell'e meglio il tutore di destra che veniva via e andai a vedere cosa stesse succedendo. Fuori dalla porta di casa c'era il nostro cane seduto sugli scalini. Teneva tra i denti un piccolo di falchetto, un'ala era scomparsa nella sua bocca, mentre l'altra si agitava stando un po' dentro e un po' fuori. La testa del falchetto non si vedeva già più, si sentivano gli strilli acuti dell'animale venir fuori dalla gola del cane mentre questi cercava di farlo star buono nella bocca dando vigorosi colpi con il collo. Il cane assestò un unico colpo secco e deciso che paralizzò l'animale. Quando si fu accertato che il falchetto non si muoveva più, lo lasciò cadere sugli scalini guardandomi di traverso come se gli avessi potuto portar via la preda. Lo chiamai per tranquillizzarlo, ma questi senza esitazione prese di nuovo il falchetto tra i denti e s'incamminò lungo il vialetto. Lo guardai allontanarsi. Mentre scompariva lungo la strada verso il deposito aveva l'aria che avevano i miei compagni di scuola quando mi legavano i tutori con i lacci delle scarpe.

Succede che passo molto tempo a dormire, il sonno è un ottimo ingannatore. Mi sveglio che è ancora buio Scambio il giorno per la notte. Spesso mi sveglia il rumore di un motorino che passa da queste parti. Penso sia una vespa, ne riconosco lo scalare delle marce. La sento avvicinarsi, rallenta, si ferma, sta un po' col motore acceso e poi riparte, prima, seconda e via. Per il resto si sente il mare, il suo infrangersi monotono contro qualcosa. E' venuto, andava di fretta, mi ha chiesto, 'come stai?'
'Bene,' gli ho risposto. Ha preso la tinozza di plastica, l'ha portata fuori e l'ha riportata dentro lavata.
Dice che la sua donna gli fa saltare i nervi, che quando lei fa così, magari lo contraddice in qualche cosa, a lui gli partono le mani. Aggiunge che non riuscirebbe a vivere senza di me, che il pensiero di me che son qui ad aspettarlo gli mette dentro calore, mi dice che Lui ha bisogno di quel calore. Mi ha portato una piccola lampada che teneva in casa.
'Portami fuori a vedere il mare,' gli faccio.
Mi guarda nella luce piccola che si riflette sul mio volto. Ci pensa su, poi mi dà una carezza leggera leggera sulla guancia. Non risponde.
'Allora, me lo fai vedere il mare?' Provo a insistere.
Siamo seduti sul letto, si alza lentamente, io rimango seduto. Mi guarda un'ultima volta pensieroso e si avvicina alla porta di metallo, mi saluta. Mentre la porta si chiude e Lui scompare nel buio, gli urlo dietro, 'portami fuori!'
postato da: Cenresig alle ore 09:14 | link | commenti (1) | commenti (1) (pop-up)
categorie: romanzi
sabato, 07 novembre 2009

archetipi

postato da: Cenresig alle ore 00:35 | link | commenti (1) | commenti (1) (pop-up)
categorie: immagini
giovedì, 29 ottobre 2009

Vanità di vanità



In questo periodo sono dentro al mio romanzo,
ma ci sono,
io ci sono sempre

questa, signori miei
è
la più grande delle vanità.
postato da: Cenresig alle ore 23:58 | link | commenti | commenti (pop-up)
categorie: comunicazione, video
sabato, 24 ottobre 2009

Argo su La poesia e lo spirito

postato da: Cenresig alle ore 00:31 | link | commenti | commenti (pop-up)
categorie: interviste, argo
lunedì, 19 ottobre 2009

Nero

Ci sono quelli che sono cresciuti senza Cure, senza Depeche Mode, che non si sono mai vestiti di nero, che quando mi facevo le canne nella panda nera, andavano allo stadio. Ci sono quelli che son diventati qualcuno, alcuni nessuno. Io mi arrabatto con libri che hanno l'odore della miccia accesa, della benzina bruciata e così dev'essere.
postato da: Cenresig alle ore 15:33 | link | commenti | commenti (pop-up)
categorie: riflessioni, schegge, resistenza