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Avrei voluto scrivere qualcosa di sensato che arrivasse nei punti più remoti di intelletti fini, c'ho pensato il giusto, ma cari miei è così difficile arrancare tra le parole quando queste sgomitano e non rispettano la fila e tu sei lì a dire: Un pò di ordine, prego! A volte se ne fregano le parole e tu ti trovi come un animale da tiro che gira nel suo solco.
Questo è per te Alessandro, che il ricordo della tua vita non vada smarrito. Prego per te, per una tua buona rinascita.
Il brano riportato è stato scritto da Alessandro Rascazzo.
Il suo sito è ancora attivo: www.electroniclabs.net
IL DUBBIO DEL CYBORG
Schegge impazzite di memoria digitale
ricomposte al meglio
su di un pezzo di silicio
posso vederle brillare alla luce degli elettroni
gelido e tagliente è il metallo che ora indosso
lucido e geniale è il programma che ora vivo
il mio riflesso sulle fibre di vetro
che veloci trasportano la luce
seguire il codice di un programma
non è molto diverso dal seguire il destino
se evito di pensare
che uno porta al processore
l'altro porta a Dio.
Io sono vivo e l'ho scoperto oggi tra i finestrini, lì dove la luce del mare acceca i bagnanti, i corpi nudi sulla spiaggia bianca e poco più in là i pescatori sugli scogli. Io sono vivo dopo una vita da morto. La signora bionda con la bimba affianco regge a fatica il sacchetto della spesa e la bimba non la smette di dondolarsi tenendola per mano. Un cavalcavia veste d'ombra ogni cosa e per un attimo mi pare di riuscire a respirare. Dopo nuovamente afa. La bimba mi guarda. Ho lasciato da poco la città, i suoi rigurgiti di carne, è l'ora di punta. Questa città che è luogo di confine tra mare, terra e deserto, il cielo che le fa da mantello, la guerra che se la scopa quando le pare. Ogni tanto ne salta uno di questi cosi. Ho sentito dire che è una morte talmente rapida che non fa soffrire, non fa pensare, meglio di altre morti insomma. Ogni tanto ci penso, spesso all'ora di punta; adesso salta, esplode, fontana di sangue, bulloni, tritolo. Il carnefice? Il mio vicino di casa. Oggi no, tornando dal lavoro, non ci penso. Oggi sono vivo. E' scesa da poco e me ne sto qui dopo lunga attesa, l'attesa di una vita. Non basta dire che il suo collo è costruito per me, che il suo seno ha l'odore che mi riporta a casa, che i suoi occhi mi hanno guardato e nei suoi occhi sono restato, non basta. Abbiamo passato da poco gli insediamenti dei coloni, qui le misure di sicurezza sono serrate, qui siamo noi contro di loro. E' scesa da poco e mi sono chiesto cosa ci facesse lei, araba, tra noi. Solitamente non si spingono fin qui. Quanto sia durato? Difficile stabilirlo adesso. Intorno la calca, la madre con la bambina che mi guarda, l'autobus che sobbalza, contatto, pelle, pori, sudore, le mie mani, le sue tremanti, mi ha afferrato il polso, l'ho guardata, ha portato la mia mano sul suo seno, mi ha sussurrato grazie in arabo e mi ha lasciato con questo biglietto che ora stringo tra le mani. L'autobus adesso è fermo, dev'essere accaduto qualcosa, c'è una fila di macchine...Cinque minuti che lei è scesa ed io non l'ho seguita, il biglietto reca impresso un indirizzo della città vecchia. Qui siamo abituati a tutto, siamo pronti, anch'io penso di esserlo, vivo e muoio ogni giorno. Fuori dall'autobus i militari, i nostri stringono i loro guanti attorno alle braccia della ragazza araba. Me lo aspettavo ed io oggi sono vivo perchè ho un motivo per continuare. Io ti salverò.
Io non conosco regioni eteree, ma autobus e strade, asfalto bollente, bidoni dell'immondizia. Io non mi elevo a sommo, a saggio, a scrittore, io mi aggiro tra la gente con sguardo a volte allucinato. So ridere e piangere, talvolta nello stesso momento. Io sono un uomo e di questo ho il meglio e il peggio.