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-Non ho toccato altro che le estremità del mio vivere, i panni stesi al sole, le anatre nel fiume dietro casa, il pianoforte, i suoi tasti.-
Si toglie la maschera veneziana che gli copre il volto, la maschera dal grosso naso ricurvo, continua a parlare mentre è in piedi, la maschera nera stretta in una mano:-
Il mio morire.-
Lei lo guarda, ha sul volto una maschera da volpe, il muso allungato. Solo la maschera cela la sua nudità. Il pelo pubico pieno di brina, goccioline nel bosco. Gli risponde:-
I tuoi giorni sono venuti da me e li ho cullati. La fine era contemplata. Lo sapevi.-
Lui ha i capelli neri, corti, la fronte sudata. Indossa un maglione blu, un paio di pantaloni di velluto marrone. Scalzo. Si volta, le dà le spalle, si abbassa sul tavolo e afferra la tazzina di caffè. Sorseggia piano. La posa, si accende una sigaretta. Rimane voltato. Le dà le spalle. Lei si avvicina con la maschera di volpe sul viso. Nuda. Rimangono così. La luce si spegne. Cala il sipario. Noi applaudiamo. Siamo commossi? Felici di aver ascoltato frasi graziose recitate con bravura? Siamo spettatori che escono dal teatro. La fila si dipana al centro della sala. Mi chiedo perchè dopo aver assistito a uno spettacolo sento lontananza dalle persone. Galleggio nel mio spazio fatto di irrealtà. Un tipo con la pancia mi spinge delicatamente, mi volto, lo guardo male.
Giuseppe ci ripensa, insomma non vuole che il protagonista del suo racconto guardi male il tipo con la pancia, non vuole che il suo personaggio abbia un carattere così difficile. Lo vorrebbe più capace di stare in mezzo alla gente, meno sulle nuvole e diciamolo, più terra terra.
Un tipo con la pancia mi spinge delicatamente, mi volto, gli dico:-
Ma che bello spettacolo, non le pare?-
Il tipo con la pancia mi guarda, indossa una maschera veneziana, nera. Mi tocco il volto, una sensazione strana, come se stessi respirando dietro una maschera, sento il rumore del mio respiro racchiuso in uno spazio stretto. Mi tocco il viso con le mani. Ho addosso una maschera da volpe. Ho freddo. Sono nudo. Ho il seno e il pelo pubico bagnato di brina. Mi trovo a dire:-
I tuoi giorni sono venuti da me e li ho cullati. La fine era contemplata. Lo sapevi.-
Il tipo con la pancia si volta, si avvicina al tavolino, mi dà le spalle, beve il caffè, si accende una sigaretta. Mi avvicino a lui. La luce si spegne. Cala il sipario. Il pubblico applaude. Giuseppe batte le mani come fanno gli altri. Dopo un po' si incammina verso l'uscita. Il corridoio centrale è pieno di gente. Si chiede cosa gli abbia trasmesso questo spettacolo. Si chiede come mai ogni volta che guarda o ascolta qualcosa di minimamente elevato, si sente distante dagli altri, infatti un tipo con la pancia lo spinge delicatamente. Giuseppe si volta e non puo' far altro che guardarlo male.
Noi siamo tutto quello che vediamo. Hai posato la chitarra lì nell'angolo e sei volata via, ti ho vista sollevarti come una figura fantasmatica. Il mio maglione a righe bianche e verdi, le tue Camel sul tavolino. Carlo è li che ci fa una fotografia. Sorridi nel tempo.
-Simona, fermati.- Ti dico veloce.
- Fosse facile...- Mi rispondi con malcelata ironia.
Prendi a volare con le tue Converse bordeaux.
Carlo se la ride. La macchina fotografica a tracollo e le lentiggini come un arcipelago nel mare della sua faccia.
- Le tue parole, quando smetterai di scriverle, ecco che io non volerò più.- Mi dici carezzandomi i capelli mentre te ne stai sospesa un metro sopra la mia testa.
Mi alzo dalla poltrona scassata, afferro il pennarello nero e mi avvicino alla lavagnia che Manuel, tuo fratello piccolo usa per disegnare. Scrivo:
Le storie cadono
"Le storie cadono quando gli occhi non le leggono, piccoli cagnolini che non ricevono carezze si ritraggono e diventano diffidenti, così le storie fatte di parole e di spazi tra le parole. Non leggerle e loro si cancelleranno, si seccheranno come piante che nessuno innaffia. Abbine cura delle storie. Spesso si trovano a volteggiare in alto, si librano in aria senza rete. Bravo il pubblico del circo che emette un ohhhh di sorpresa nei passaggi più complicati. Guai alla parola che cade al suolo. Il pubblico non applaude, solo guarda il sangue in rivoli sul terriccio. Le parole cadono se nessuno le regge, se nessuno le legge."
Rimetto il tappo al pennarello, le mie dita lo avvitano, le mie mani tremano. Carlo mi sorride e scatta una fotografia alla lavagna. Tu invece, tu sei volata via dalla finestra su in alto. Usciamo fuori in giardino, sei lì sulla linea dell'orizzonte ormai. Piccola, in volo tra le case dai tetti, dalle antenne.
Quello con la testa di lupo si affaccia ogni mattina sulla porta della mia camera da letto proprio quando rimango solo e mia moglie è uscita. Solitamente si alza prima di me per andare in ospedale. Fa il chirurgo mia moglie. Una dei pochi medici chirurghi donne. E si che ci vuole fegato e carattere per mettere le mani in addomi aperti. Le capita anche di toglierli i fegati, ma il suo, il suo di fegato è sempre lì e a me sembra sempre più grosso da quant'è forte mia moglie. Stamattina me ne stavo tra le lenzuola, in maggio dormo bene solo con un lenzuolo. Quando c'è mia moglie mai. E' freddolosa lei. Si infila sotto al piumone e si ricarica del calore che poi sprigiona durante il giorno tra le corsie dell'ospedale. Si è affacciato sulla porta, in mutande. Gli ho guardato le cosce, ben tornite e poco pelose direi. Indossava un paio di slip bianchi. A petto nudo. Due pettorali come semisfere che a toccarli dovevano essere della consistenza del marmo. La testa di lupo, un ghigno che gli apriva la bocca da un orecchio a un altro. Se ne stava lì e mi guardava. Mi sono tirato un po' su dacchè ero disteso e me la dormivo.
-Forse cerchi mia moglie. - Gli ho detto.
Ha continuato a guardarmi. Ho pensato che forse non capiva la nostra lingua. Non si muoveva. Ho fatto per scendere dal letto e avvicinarmi a lui. Si è voltato e ha imboccato il corridoio lì dove ci sono le camere delle bambine. Mi son detto tra me e me che se andava da loro sicuramente le avrebbe spaventate. Sono così fragili le mie piccole. Proprio ieri Marzia che ha sei anni mi ha regalato un disegno di una farfalla, ha sbagliato solo i colori la poverina. L'ha completamente riempita di nero. Brutta non era pero'. Le ho detto:-
La prossima volta Marzia usa dei colori più allegri.-
Mi ha risposto:-
Questa è una farfalla nera come quelle che si vedono di notte.-
E c'aveva anche ragione. In giardino spesso ci sono quei farfalloni neri. L'ho baciata sulla fronte la mia piccola e le ho detto grazie per il disegno.
L'uomo con la testa di lupo prosegue, cammina lentamente. Ho fatto in tempo a mettermi la vestaglia. Si ferma in mezzo al corridoio, si volta, spalanca la bocca un po', solo un po'. Poi le gengive rosse si scoprono sempre di più. La bocca diventa un antro, ci puo' star dentro un bambino, è incredibile. La allarga ancora di più, la mascella tocca il suolo, l'arcata superiore mi supera in altezza. Visto di fronte non vedo più il suo corpo, solo la lingua, il palato, i denti gialli, l'alito che sa di cose passate, dimenticate.Mi ricorda il tanfo della soffitta a casa dei nonni dove ci sono gli scatoloni chiusi coi fumetti che leggeva mio padre e in un angolo c'è anche un prete di legno, di quelli che si usavano una volta per scaldare i letti in inverno. Scavalco i denti con un piede, mi sono ricordato di mettermi le pantofole sennò a quest'ora avrei i piedi tutti bagnati di saliva schiumosa e bianca. Metto dentro anche l'altro piede. Sento il respiro calmo e regolare dell'uomo con la testa di lupo. Mi scalda. Non devo nemmeno piegarmi una volta entrato dentro la sua bocca. Vedo la lingua rossa, le papille gustative come grossi bottoni. La lingua prende la forma di una comoda poltrona, mi ci siedo. La bocca si chiude lentamente come si è aperta. Ho i piedi comodamente appoggiati sugli incisivi inferiori, sto comodo come se mi trovassi dal barbiere. Vedo il corridoio, il lampadario a goccia, la porta della mia camera, il tappeto. Metà lampadario, un po' della porta della mia camera, il tappeto non lo vedo più. La bocca continua a chiudersi, sento uno scatto. L'arcata superiore si congiunge con quella inferiore. Buio. Si sta bene qua dentro.

Chiudo gli occhi, li riapro ed è tutto nuovo o forse no? Solo diverso.
Foto di Giuseppe Pagliarisi.
Attesa appesa ai giorni, alle sere, con le pagine
da sfogliare. La carta tra le mani, le parole mosse,
leccate talvolta. A ognuno il suo. Scrivila pure sta'
benedetta cosa. Che rimanga. Stampata in faccia.








Non ho voglia di inserire nomi e cognomi di queste persone. Sono tipi che scrivono come vogliono, come gli viene, ma soprattutto come piace a me.

Il coltello lo impugava con la sinistra, aveva un testa di leone sul manico e andava. Il walkman sparava rock americano, la metro era piena. I corpi accaldati, sudati. Lui tremava. Scese a caso, imboccò l'uscita. La via per l'uscita. Scala mobile tremante di distanza verso l'alto. La luce del giorno. Il coltello nel giaccone nero, ai piedi un paio di doposci. Un manifesto riportava l'immagine di una donna che vendeva un rene. La scritta diceva:- Dodici ore, guadagno garantito, duemila euro. Con un rene solo si vive meglio!|- Non ricordava quando tutto fosse iniziato. La sua memoria somigliava ad una sfera solida ora esplosa, deflagarata, i pezzi sulle pareti interne del cervello. Si fermò ad aspirare del tabacco concentrato di provenienza turca. Guardò il cielo argento. Fuori dalla metro due ragazzini giocavano col Border, arrampicandosi con le ventose della tavola su un palazzo semi distrutto. Si chiese dove si trovava. Doveva essersi allontanato parecchio da...Da dove? Uno schermo mobile gli attraversò la strada sulle sue tre rotelle. Sullo schermo mobile c'era il volto di un politico, lo riconosceva dal tatuaggio recante il simbolo dello Yen sulla fronte. Avanzò sul marciapiede. Si fermò, si specchiò sulla vetrina di un macellaio, all'interno teste di cane con le fauci spalancate. Vide il suo simbolo, il suo segno sulla fronte, il suo tatuaggio. Un teschio. Strinse il coltello con la testa di leone, prese a correre giù per la via. Una febbre lo colse, sudava, correva, le gambe si muovevano spinte da una forza propulsiva. La musica sparatissima, un rullante di batteria, un organo singhiozzante, uno stridio di chitarra che durò tutto il tempo che lui impiegò a raggiungere il portone. Si fermò, riprese a respirare. Aspettò che qualcuno entrasse. Qualcuno entrò. Una signora alta, molto alta, una mutante. Al posto delle orecchie due globi di carne molle e rosa. Le articolazioni delle gambe simili alle zampe di un fenicottero. Lui si spinse a ridosso del muro per non essere notato, poi la seguì. La mutante prese l'ascensore. Lui fece la scale, la febbre aumentava. Il tremore gli faceva sbattere i denti, le mani sudate stringevano il coltello. Arrivò in cima, aprì la porta che dava sul terrazzo. Il cielo metallico, il cielo senza sole, il cielo senza luna. Un mare grigio. Il bambino gli dava le spalle, seduto di fronte ad uno schermo. Si fermò a guardarlo. Il bambino indossava una pelliccia che gli copriva la testa. Lui ebbe un conato di vomito. La testa prese a pulsargli. Tirò fuori il coltello, si avvicinò. Lo schermo mandava l'immagine di uno sulla quarantina vestito con un giaccone nero ed un paio di doposci stretto nella calca della metropolitana. Il tizio scese dalla metro, imboccò la scala mobile, si voltò a guardare un manifesto che riportava l'immagine di una donna che vendeva un rene, uscì all'aperto, in superficie, guardò il cielo argento, vide uno schermo mobile che gli attraversava la strada, prese a camminare, si fermò di fronte alla vetrina di un macellaio, poi iniziò a correre...Lui guardò il filmato, continuò a guardare. Nello schermo il bambino piangeva trafitto dal coltello che gli tagliava la gola, la sua morte fu lenta, lentissima. Il tizio aprì la bocca del bambino, gli staccò con le dita un incisivo, dalla gengiva venne fuori una capsula nera, lucida. Il tizio la aprì. Ne controllò il contenuto, un piccolo disegno stampato su una lamina di metallo. Una s con una barra verticale: $ .Il bambino giaceva morto, sgozzato. Il sangue avanzava lento come una marea. Il filmato si interruppe, lo schermo si spense. Il bambino si voltò. I due si guardarono negli occhi. Lui tremava per la febbre, il bambino versò una lacrima, lui afferrò il coltello e brandì l'aria.
E' come se le nostre mani scegliessero il silenzio. E' come se il tuo corpo al di là del lenzuolo bianco per un attimo non mi appartenesse.
-Bevi vino?-
-Si, poco pero'...-
Lo versa, il vestito nero le aderisce ai fianchi. Morbido ventre piccolo. Seni in attesa sul tavolo. Guardano con i loro occhi-capezzoli le aragoste arancioni.
-Cos'hai sul collo?- Dice toccandosi il labbro rosso come conchiglia colorata.
-Dove?- Faccio io. Seduto. Pantaloni eleganti, neri, calzini sottili e freschi. Membro eretto che spinge come carro armato nelle fila nemiche.
-Qui.- Dice avvicinandosi.- Proprio qui.- Labbra sul collo muovono musica di vene pulsatili.
Mi si è messa sopra, seduta sopra. Il vestito nero si solleva, le gambe abbracciano il mio sedere teso, pantaloni tesi. La sua mano diventa polipo che apre i tentacoli sulla preda. Il mio pene si tende allo spasimo. Ingoio saliva.
Un bicchiere vuoto cade dal tavolo, cade bene, non si rompe, rotola un po' più in là. Il gatto sul divano lo segue con gli occhi, incontro gli occhi del gatto. Questa scena è già stata, non è la prima volta che sono qui, ho già vissuto tutto questo. Nulla accade per la prima volta.
Siamo in piedi, il lenzuolo bianco ci divide, lo teniamo teso con le mani, le barccia in alto. Io di qua, lei di là. Posso solo sentirne la forma, non vederla. Il gioco dura tantissimo. Da quanto tempo sono qui?
- Ti eccito?- Mi dice di là dal lenzuolo.
Non riesco a rispondere. Ingoio soltanto.
Suono il campanello. Il portoncino si apre. Chiamo l'ascensore. Aspetto. Mi do una sistemata guardandomi nello specchio dell'ascensore. Arrivo al quarto piano. Lei è lì sulla porta.
-Ciao.-
Le offro dei fiori appena comprati. La carta è rossa. Pieghe rosse di carta.
Mi fa entrare. L'appartamento è per lo più bianco. Mi toglie il cappotto. C'è un gatto sul divano. Ci sediamo. La cena sta per cominciare.
Dear Mother, we’ve all got bad days, and I know you’ll understand. Where we open up a foreign door with a pair of foreign hands. Where we find ourselves alone at the foot of a pair of foreign stairs. Dear Mother, you know how our bad days can catch us unawares. Dear Mother, we’ve all got bad days, and I hope that you’ll agree. With a bottle filled up with Vicodin and a child who looks just like me. And a cellar that’s as dark as winter’s cold (with a hole in the stone of the cold wall). A child like me who’s hiding, a child who can’t hear your call. There’s a string that runs through our bad days, and if you pull that string real tight, the days all crumple together and all that you see is night. And the doorknob becomes your enemy, and the window you see through a haze. Dear Mother, I wish you could stand inside and see all my bad days. My bad days all got together and they stood in a row for me, and I plunged deep into the row, and I couldn’t hear and I couldn’t see. And I came out after thousands rose and thousands passed away. Now I stand all alone at the foot of the stairs and I wait for more bad days.

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Non ci sono scorciatoie o facili fughe. Le mie giornate si dispiegano come rotoli di carta igienica. Le vedo rotolare su piastrelle rosa, qualcuna è scheggiata ai bordi.
- Lasciamo che lo pretenda.- Mi dice con le parole, con gli occhi.
- E se cambia idea?- Dico preoccupato.
Ci guardiamo. Mia moglie se la fa con il divano ultimamente. Distesa con qualche bicchiere sul tavolino, bevande dense, liquori alle quattro del pomeriggio.
- Se loro cambiano idea, vorrai dire...- Mi fa con voce pastosa.
Mi gratto la testa furiosamente. Mi accendo una sigaretta, dopo un attimo è già finita, consumata come un rotolo di carta igienica di cui rimane solo il cartone con quel colore orribile.
- Si, se cambiano idea...- Le dico con voce tremante.
- Io quel bimbo lo voglio.- Dice mia moglie afferrando il bicchiere, la mano le trema, il liquido anche, il liquido anche trema.
Non voglio dirglielo, ma le parole mi escono a raffica. Qualcosa come:
-Ma ti sei vista Clara? Stravaccata sul divano a bere, ubriaca. Pensi che quelli ci diano il bambino?-
Clara chiude gli occhi. E' sospesa. Da piccola, quand'era piccola sua madre la portava al mare, a Francavilla. Le restava un po' indietro mentre lei, bambina, correva verso la riva a cercare conchiglie.
- Guarda questa ma'!-
-E' troppo piccola, Clara. Non la vedo, vieni qui-
E Clara faceva su e giù per la spiaggia.
Il suo stomaco fa su e giù. Le viene da sboccare. Si piega di lato. L'acido le si infila tra i denti e le gengive. Non ha mangiato nulla, vomita niente. Saliva.
La guardo e non so che fare. Solo mi copro la bocca con la felpa. Per il resto non mi muovo. In piedi tra i rotoli di carta igienica in una stanza bianca.
- E' tutto apposto. Quel bambino è nostro. Mi prenderò cura di lui. Ce lo lasceranno.- Mi fa Clara asciugandosi la bocca, posando il bicchiere vuoto sul tavolino, accendendosi una Diana rossa.
Le mie scarpe sono consumate, i pantaloni di velluto hanno perso le righe sulle cosce. Mi guardo le unghie, hanno bisogno di essere tagliate.
Suonano alla porta. Dico a Clara di mettersi a posto. Vado ad aprire. Sull'uscio c'è una donna con i capelli rossi, ricci, occhiali dalla montatura nera, borsetta e cellulare. Dice:-
Sono l'assistente sociale-
- Prego, entri- Faccio io guardando quel maledetto rotolo di carta igienica che sta per finire.