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E' entrato un bambino in casa, ero lì che mi cucinavo delle crepes dolci. Non so come abbia fatto a entrare, la porta non era aperta, questo me lo ricordo, mi sono voltato e l'ho visto. Se ne stava in piedi e mi guardava. Dapprima mi sono spaventato, poi mi son detto, è solo un bambino. Aveva due occhi color nocciola, era paffutello e mi guardava. Mi ha chiesto:-
Dov'è finita la mamma?-
Gli ho risposto che non lo sapevo, gli ho chiesto se si fosse perso. Non mi ha risposto, ma ha ripetuto con altre parole la frase di prima:-
Dov'è la mamma?-
-Non lo so dov'è tua madre, questa è casa mia.-
Ecco, invece di preoccuparmi di questo bambino che si è smarrito, penso a difendere il mio territorio, la mia casa.
-Come ti chiami?- Gli ho chiesto. Io e lui in piedi nella mia cucina, le crepes che si stanno bruciando.
Non mi ha risposto, ma ha indicato la porta di casa. L'ho seguito fino all'ingresso, mi ha fatto cenno di aprire la porta, l'ho guardato, l'ho aperta.
Fuori c'era un vento forte, veniva da nord, fortissimo, gli alberi si piegavano, una cosa mai vista, il cielo si era oscurato e la polvere si levava alta, il bambino mi teneva stretto la mano e piangeva, la porta si è spalancata tant'è che non riuscivo più a richiuderla. Le case in fondo alla via quasi non si vedevano, le macchine ferme erano ricoperte da una patina grigiastra, le buste di plastica volteggiavano sfrecciando, un arbusto passò dritto per la sua strada in mezzo alla via, il rumore assomigliva a un fremito, a un rombo, a una deflagrazione che non arriva mai. Il vento soffiava da nord, ma della madre del bambino nemmeno l'ombra.
" I miei sogni sono assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell'androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d'acciaio, il vetro infrangibile riforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori, in strada, si è fermata un'ambulanza, attraverso il vetro intravedo gli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna.
La chiave gira.
Ma i miei sforzi sono vani."
La porta.
Emerenc è una delle due protagoniste di questa magistrale storia al femminile, l'altra protagonista è una scrittrice affermata. L'autrice ci presenta un rapporto di amore che va al di là delle cose umane, ci sono rimandi mitologici, archetipici direi. La vecchia Emerenc nasconde un segreto al di là della porta chiusa, solo la scrittrice ne verrà al corrente, ma non saprà mantenere fede alla promessa della vecchia. Tutti i sentimenti vengono versati come su una tela che si macchia di rosso, di nero, di grigio.
Sto dalle parti di dio io, a fumare sigarette, a guardare alberi impagliati sul canale prosciugato. Che desolazione, mi dico. Che immagine di morte, ma sono contento perchè sto dalle parti di dio. C'è del ketchup in frigo, l'etichetta reca scritto "Bella Parma". L'ho comperato in un discount, un euro o poco più. Sto dalle parti di dio io, cosa credete? Mi ha messo in conto, non succederà nulla fino a quando sarò dalle sue parti. L'ho visto sapete? Era dio, in un programma americano, indossava un cappello da baseball, era lui. E' lì, sul canale prosciugato, col fango che viene su e le anatre che son volate via, è lì, nel frigo tra il pesto e il ketchup "Bella Parma". Ma da poco mi ha afferrato un dubbio, mica un dubbio grosso, quasi nulla, nemmeno un moscerino in un occhio: E se non fosse lui? Poi ci ripenso e mi faccio convinto, posso anche andare a dormire sereno, era lui, è lui. Aveva anche un tesserino in bella mostra, c'era scritto "dio", forse con l'iniziale maiuscola, non ricordo bene...
E' tutto calmo ora, levati dagli ospedali, dalle malattie terminali, dalla cocaina, dai libri, dalla barba da radere, dall'amore dietro il sipario. Levati. Vieni qui e levati, solca il mio torace che è uomo, guarda i miei geni, rotolano. Ti amo per sempre, per sempre.

Levati come tu sai fare. Non fare domande. Ho preso la televisione, tanto è leggera, e l'ho scagliata di sotto. Verrà la polizia, probabilmente verrà. Ma levati e non significa vai via, anzi il contrario, resta. Tra le mie mani solo le mie mani. Nelle parole nessun significato arcano. Solo superficie. Già si appresta a morire il giorno appena iniziato. Già si leva alto il sole, anche lui si leva.
Rinvenuto pallido il corpo senza vita di un uomo nei pressi del fiume Savena. Il ciclista che lo ha trovato ha chiamato il centotredici. Arrivati i poliziotti, qualcuno ha detto:-
Non dev'essere stata una bella morte.-
Qualcun'altro ha risposto:-
Nessuna morte è bella...-
E' calato il silenzio. Le macchine sopra scorrevano come giorni, regolarmente. Il traffico fatto di grossi tir e ambulanze. Più in basso il ciclista, i due poliziotti, di cui uno grasso e uno magro, come si conviene. Più in alto un aereo a quota duemila, bianco con la coda blu. All'interno dell'aereo una bambina guarda in basso e vede il ponte e il fiume Savena.
La bambina che porta un paio di occhiali dalla montatura rosa, dice alla madre:-
Si sta bene quassù.-
La madre annuisce e pensa all'uomo che sta per incontrare all'altro capo del mondo. All'incirca nello stesso momento un cinese sta aspettando al semaforo di Hong Kong assieme ad altri mille cinesi o forse più. Il cinese è assonnato, vede nei riflessi del semaforo rosso la sagoma di un aereo e in basso, lì dove il rosso lascia il posto al cerchio giallo, una macchina della polizia. Pensa di avere immaginato tutto. Il semaforo pedonale scatta e lui avanza assieme ad altri mille cinesi. Negli occhi del morto sotto al ponte, nei pressi del fiume Savena, un semaforo, un aereo e chissà quante altre cose.
Mi hanno spogliato di tutto e lasciato qui, in questa stanza piena di sole, dicono loro. I libri li posso vedere attraverso il vetro, ce ne sono tanti, tantissmi. Non li posso prendere, la stanza è chiusa, serrata, quattro pareti di vetro ai lati, per soffitto una grata alla quale sono appesi i riflettori. La stanza è circondata dai libri, gli scaffali sono neri, laccati di nero. Nella stanza non c'è un letto, non c'è un lavandino, non ci sono quadri nè un tavolo, solo una sedia girevole. Non so come ho fatto a finirci dentro. Un giorno, uno dei tanti è venuta una, una ragazza vestita bene, sembrava una hostess. Mi ha detto:-
Questo è il posto che tu hai scelto prima di nascere.-
Ho cercato di risponderle, ma dalla mia bocca non è uscito alcun suono.
Il sole si infrange sui vetri di giorno, i neon illuminano la stanza di notte. Non è mai buio qui. E' trascorso del tempo. Cos'è il tempo? Ho letto i titoli sulle coste dei libri: Raymond Carver, Thomas Mann, Agota Kristof, Ottiero Ottieri, Stephen King, Primo Levi, Herman Hesse e altri, tanti altri. Leggo quei nomi e aspetto che qualcuno mi tagli il cordone ombelicale che mi tiene ancorato alla stanza dai vetri.
Sento un rumore, come di qualcosa che si rompe, si frantuma. Accade. Il sole è scomparso e per un attimo non respiro più, poi emetto un vagito. Un pianto annuncia la mia nascita. Sento la mia voce. E' il sedici luglio del millenovecentosettantaquattro.
Maledici le ossa,
maledici la pelle,
le gambe,
le teste che non la smettono di pensare,
le parole vacue,
gli adulti e io bambino.
Maledici il denaro,
i bancomat,
le vagine,
i peni,
le lingue,
le automobili,
de puta madre.
Maledici le chiese,
i cimiteri.
No future.
Io e Morgana.
Scrivere è un po' come sentire la musica.
A volte suona impietosa e non puoi non ascoltarla,
a volte invece è solo un sussurro,
un brusio, un vociare lontano.
Scrittori,
ascoltate le voci.
Questo è un invito alla schizofrenia.
