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… E c’erano quei libri, quelli che potevi scegliere che strada far prendere al protagonista, del tipo: Se vuoi aprire la porta del casolare, vai a pagina trentacinque. Se vuoi tornare indietro e fare il giro del casolare, vai a pagina cinquantuno, e così via. Mi mettevo sull’armadio, non so come ci riuscivo, a pensarci adesso mi sembra una cosa impossibile da fare, eppure salivo in piedi sul letto e mi aggrappavo all’armadio e con un balzo ero lassù e il libro game era lì che mi aspettava.
- Ho sete.
Mi guarda con gli occhi tumefatti, gliene abbiamo date da combinarlo nero.
Mi avvicino al tavolo, c’è una bottiglia d’acqua minerale naturale, l’afferro, mi avvicino a lui.
- Apri la bocca.
La apre. Gli verso l’acqua dall’alto, piano, una parte va fuori, gli bagno la camicia. Ha sete per davvero, me ne chiede ancora. Mi ringrazia, io non dico niente. Torno al tavolo, poso la bottiglia, mi metto seduto di fronte a lui, da questa parte del tavolo. Lui guarda la pistola, la fissa. Me ne accorgo, la prendo gliela punto, faccio “bum” e scoppio a ridere. Lui non dice niente, mi guarda fisso con gli occhi del potere penso io, con gli occhi che usa per scorgere le parole delle richieste di assoluzione dei compagni in galera, gli stessi occhi che seguono il movimento della penna quando verga il foglio con una sua firma. Le richieste non vengono accolte. Quando gli abbiamo chiesto perché, ci ha risposto che i tronchi verdi non bruciano. Allora abbiamo pensato che avesse voglia di scherzare , così abbiamo scherzato anche noi. Elisa gli ha spaccato il labbro con la punta dello stivale, è caduto per terra, ancora legato alla sedia, io gli ho premuto forte un pugno sull’occhio, mi hanno insegnato a fare così, lui è rimasto cieco per qualche secondo e poi finalmente gliel’ho mollato il pugno, dritto nell’occhio. Adesso si ritrova con un grosso ematoma il nostro caro parlamentare che a parlamentare adesso non è più buono, ora che non mangia, ora che l’ho fatto bere dopo settantadue ore, e si caga addosso. Abbiamo scelto questo, altro che Moro, quelli a Moro lo trattavano bene anche se poi tutto è andato a puttane. Ma gli ordini, sì insomma gli ordini di ucciderlo, non sono venuti dalla sinistra, questo lo pensiamo in tanti.
… E poi c’erano i biscotti, cazzo, i biscotti Atene, quelli con i tre buchi. Strano come alcune cose, alcuni ricordi rimangano più degli altri. Latte e biscotti Atene, la sera, prima di andare a dormire e i fumetti, quelli del “Gruppo T.N.T”, Alan Ford per capirci. Già mi appassionavano quegli scapestrati che vivevano dietro al negozio di fiori e faceva freddo e poi ricevevano incarichi, come incastrare Super Ciuck per esempio e c’era il pappagallo Clodoveo, cazzo, Clodoveo mi faceva morire. Bei tempi la mia infanzia, bei tempi quelli che sto vivendo. Ho di fronte ‘sto tipo, lui non mi puo’ vedere in faccia, indosso una maschera, quella di Jason, “Venerdì 13” per intenderci, una maschera da Hockey su ghiaccio, l’ho scelta io, mi piaceva più delle altre, Elisa che sta con me da due anni, insomma siamo compagni di letto oltre che di lotta, indossa quella di Minnie e le sta proprio bene. L’altro giorno, dopo che lo abbiamo preso al nostro parlamentare, me la sono fatta con la maschera indosso, lì dietro, nel bagno, anche se puzzava di orina, ma Elisa non ci fa caso a ‘ste cose. Mai stata tipa da “Cartier”lei, mi piace per questo, l’ho tirata fuori dalla “robba” e l’ho messa nei casini più di prima, a volte lo penso. L’ho tirata dentro io in questa storia del parlamentare di Forza Italia e non so come ne usciremo, proprio non lo so. Il T.G.1 dice che siamo maldestri, che sanno dove siamo, che questi sono altri tempi.
La porta si apre, entra Massimo, è assieme a Elisa, hanno le pistole, i volti coperti.
- Siamo nei casini.
Dice Massimo, è calmo, ma le sue parole sono queste. Elisa è lì accanto, la maschera di Minnie sorride, il parlamentare se la ride, la pancia, la camicia azzurra, la cravatta sussulta.
- Smettila, coglione!
Gli urla Massimo, puntandogli la pistola.
Lui la smette, ma a me fa schifo, sembra un elefante di mare, uno di quegli animali pieni di grasso spiaggiati sulla riva.
- A questo punto è necessario contrattare.
Dice il parlamentare.
- Io contratto solo con tua madre dopo che me la sono fatta.
Dico io. Sudo freddo.
… Anche quelli con le tortorelle bianche alla glassa erano buoni, buoni da matti. I biscotti del “Mulino bianco”, erano tra i primi messi in commercio. Li mangiavo a casa di Salvatore, erano più buoni degli “Atene”, ma mia madre continuava a comprarmi gli “Atene”, mentre a casa di Salvatore si mangiavano quelli con le tortorelle. I proletari mangiavano gli “Atene”, i borghesi quelli con le tortorelle.
Dura un attimo, forse due: La porta si spalanca, qualcosa rotola, i ricordi rotolano assieme all’oggetto sul pavimento, ne fuoriesce un fumo bianco, iniziamo a lacrimare, improvvisamente, il parlamentare urla:
Sono qui.
Si sentono degli spari. Poi non vedo più niente, gli spari si allontanano.
Quand’ero piccolo, mi chiudevo nella cassapanca che si trovava nella cantina del mio amico Dario. Insieme, al buio decidevamo di viaggiare nel tempo e partivamo per davvero.
Poi non vedo più niente, nemmeno il proiettile che mi uccide.” Quando smetteranno di usare le loro armi smetteremo di usare le nostre”, diceva Massimo. “Quando anche l’ultimo televisore sarà scomparso dalle nostre case, potremo dirci liberi” diceva Elisa.
Oggi hanno benedetto la casa. Io ero di sopra, guardavo fuori, di solito punto il cannocchiale verso casa di Lisa, a volte le finestre di sopra sono aperte e c’è lei che scrive, la guardo di spalle, ma mi basta così. E’ venuto il prete, l’ho visto arrivare dal vialetto, camminava che sembrava un corvo, zampettava quasi. Il prete è magro, alto, alto e magro. Una volta l’ho visto da vicino, insomma quella volta che mi ero messo in camera mia a spiare Lisa e me l’ero tirato fuori e avevo iniziato a menarmelo, Marco che è più grande di me, mi ha detto che si dice così, io non la conoscevo la parola giusta e lui un giorno mi ha detto:-
Ma tu non te lo sei mai menato?-
Allora ho imparato che si dice così. Quella volta andai dal prete. La chiesa del paese è antica, mia madre dice che è sopravvissuta a due guerre. Più forte di tanti uomini penso io, che non sono sopravvissuti nemmeno a una di guerra. La chiesa sì, la chiesa è rimasta su e anche la croce su in alto, accanto al campanile e al parafulmini. Durante la festa del paese, in estate, mio padre ci monta sopra. Caspita, due braccia forti mio padre, lui e un suo amico, si conoscono da quand’erano piccoli, fanno suonare le campana, la tirano da una parte all’altra e tutti li guardano e io dico:-
Quello è mio padre.-
Ma tanto lo sanno che quello è mio padre, nel paese ci conosciamo tutti. Alcuni sono più famosi come il farmacista che mi regala le liquerizie o il sindaco che balbetta e ha una barbetta bianca e somiglia a un capretto. Un’altra famosa in paese è Dora, dicono sia stata una bella donna, anche se io adesso vedo solo una signora con tanti bracciali e collane, ma la pelle, la sua pelle è raggrinzita. Mia madre dice che non si deve parlare della Dora, mio padre invece quando gli ho chiesto:-
Che mestiere fa la Dora?-
Mi ha risposto:-
Il mestiere più antico del mondo.-
Poi è scoppiato a ridere e se n’è andato di là ad abbracciare mia madre che ci guardava arrabbiata. Poi anche mia madre si è messa a ridere, io non c’ho capito nulla, ma cosa volete? Ho solo dieci anni e molte cose le capisco a metà.
Anche il prete è famoso, sì, anche lui. Ha le dita lunghe il prete, quando parla le muove e te le mette proprio davanti alla faccia, così che tu vedi solo le sue ossa. Una volta le ho sognate quelle mani, venivano fuori da sotto il letto e mi prendevano. Quando ho raccontato il sogno a mia madre, lei mi ha detto:-
Questa notte, prima di addormentarti recita una preghierina.-
Io ho fatto di sì con la testa, ma quand’venuta l’ora di andare a dormire, non ho pregato mica perché pensavo, ecco, se prego Dio è come pregare il prete e se prego il prete prego anche le sue mani e cavolo, io ho paura delle sue mani. Allora ho guardato fuori, era buio, ma i rami dell’albero di fronte casa si vedevano, anche loro sembravano mani, ma non come quelle del prete che sono ossute, i rami erano ricoperti di foglie e sembravano le mani di un gigante buono, verde e buono. Allora ho pregato l’albero e quella notte non ho sognato le mani del prete.
Quindi avete capito, nel mio paese ci sono quelli famosi e quelli normali, io credo di essere uno di quelli normali, se fossi famoso come mio padre che suona la campana su in alto accanto alla croce, Lisa si sarebbe accorta di me, invece solo una volta mi ha parlato, mi ha detto:-
Cos’hai da guardarmi?-
Io le ho detto:-
Sei bella.-
Lei è scoppiata a ridere e mi ha lasciato solo sulla porta della scuola, la bidella mi ha cacciato via, sono rimasto lì fermo e intorno a me non c’era più nessuno, tutti i miei compagni erano andati via, avevano oltrepassato il cancello e la bidella allora mi ha detto:-
Che ci fai lì impalato? Torna a casa, via!-
Fu una brutta giornata quella, quasi quanto oggi che è venuto il prete a benedire la casa. Stanotte mia madre è stata male, la sentivo urlare:-
Mandalo via! E’ lì sotto l’armadio!
Mio padre credeva di non urlare ma urlava anche lui:-
Stai calma, stai calma- Ripeteva.
Io ero affacciato alla porta della loro camera da letto, mi ero svegliato ed era buio fuori, ho guardato l’albero, l’ho salutato:-
Ciao Joni.- Gli ho detto. Lo chiamo Joni il mio albero, ma anche un altro nome va bene, a volte lo cambio. Questa notte l’ho chiamato così…
Mia madre parlava con mio padre, ma anche con qualcun’ altro che noi non vedevamo. Se ne stava in piedi con la vestaglia bianca, si tirava i capelli e ha dato anche un ceffone a mio padre. Poi è venuto il medico e le ha fatto una puntura. L’hanno dovuta tenerla in due perché lei era forte e arrabbiata. Mio padre mi ha detto:-.
Torna in camera, tu!-
Ma io sono rimasto lì a piangere, a guardare la mia povera mamma, ad ascoltare il medico che diceva:- E’ isterica.- A guardare il prete arrivare dal vialetto che diceva:- E’ indemoniata.- Ad ascoltare i vicini di casa che dicono:- Tua madre è pazza.- A guardare mio padre di fronte ai fornelli che non sa cucinare, ma gli tocca farlo adesso che la mamma l’hanno portata via in un posto dove starà meglio.
Quand’è partita io gli ho detto:-
Mamma, quando hai voglia di pregare non pregare Dio che quello è amico del prete e delle mani del prete, mamma, prega l’albero, si chiama Joni.-
- Si, Joni...- Ha ripetuto mia madre e mi ha sorriso.
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Come le strisce che cambiano colore, prima blu, poi rosso, nero e infine bianco,
così gli umani fatti di ginocchia, ginocchia e lacrime,
baffi talvolta,
e sguardi,
soprattutto sguardi,
accigliati,
corrotti,
al cuore,
al centro,
senza via di mezzo, le strisce.
Educazione e cultura e status,
gli uomini camminano e le strisce lampeggiano.

Avanza piano tra gli alberi, gli si parano davanti, i rami si intersecano sul cammino, lascia impronte sulla neve, le lepri le annusano, un occhio di volpe lo guarda poi si nasconde, poi scappa nel bosco. Avanza e canta “Ohohoh”. Suo figlio lo guarda da dietro, pochi passi indietro. La pelle di lupo copre le spalle a entrambi. Hanno camminato tutto il giorno, hanno cacciato, le prede, la carne è appesa alla cintura del padre. Il villaggio è vicino ormai, mancano poche curve, la neve ha smesso di cadere. Poi il ricordo scompare, svanisce, si offusca, si annebbia.
Il muro è bianco e non c’è nulla se non le immagini che provengono dal passato. Rin si strofina gli occhi e una lacrima viene giù. Suo padre un giorno gli disse che un uomo non piange, lui allora pensa di non essere un uomo, ma un’idea di uomo, qualcosa di simile ad un cerchio che non è mai cerchio, il diametro terribilmente e irrimediabilmente dispari. C’è una porta nella stanza, nient’altro. Rin è seduto per terra, non ha freddo, è abituato al freddo, nelle sue valli il freddo era Mun, il Dio guerriero che caccia e ama le donne e sorride alla luna.
Lo tengono lì, Rin ha dimenticato il tempo, a volte segue il suo respiro, il respiro del mondo, lascia che l’aria gli entri dal naso e pensa “sto inspirando”, l’aria esce dal naso e pensa “sto espirando”, poi nemmeno quello, il pensiero scompare, si vanifica, l’aria entra e esce. Soltanto.
L’altro giorno a Rin l’hanno picchiato a sangue, non si sono fermati quando il sangue gli colava dalla bocca, dal naso, da un occhio, gli hanno schiacciato le mani con i mocassini, lo hanno sputato, lo hanno chiamato animale, poi sono andati via e Rin è rimasto col dolore conficcato nelle ossa, ma non ha pianto. Rin piange solo quando pensa a suo padre, alle battute di caccia, ai capelli intrecciati di suo padre, al seno della madre. Una volta la madre di Rin lo ha preso e gli ha detto:-figlio, Rin figlio mio, accetta la vita perché essa è figlia, cullala e proteggila perché è fragile, accetta la vita perché essa è madre, Madremondo.- Rin fece di si con la testa, ma non capì bene quello che la madre gli aveva appena detto.
Rin lo hanno catturato i banchieri, li chiamano così, o uomini tecnologici. Rin appartiene al bosco, mangia carne cruda, danza sulle sponde del lago, poi arrivano loro, sparano con le pistole, uccidono il padre di Rin, uccidono la madre, parlano al telefono, arrivano gli elicotteri, il rumore è fortissimo, tutti muoiono, alcuni no, alcuni vengono presi e portati via, lontano.
Quella volta Rin la vide Madremondo o almeno pensò fosse lei. Aki era il cane di Rin e spesso i due giocavano a rincorrersi nei pressi della capanna, mai fino al lago da soli. La madre di Rin diceva che il lago non era né buono né cattivo, era il lago e dava la vita con il pesce, ma la toglieva anche, il lago si era preso molti bambini e Rin chiedeva:- Perché se li è presi, mamma?-
-Per tenerli con sé, perché gli facciano compagnia- Rispondeva la madre.
Allora Rin la guardava perplesso per un attimo e poi tornava a giocare.
Quella volta invece il lago si avvicinò senza che Rin se ne rendesse conto. Aki abbaiava e scodinzolava, il suo pelo era arruffato. Poi Aki iniziò a ringhiare, così, senza motivo. Rin guardò e la vide, vide Madremondo. Era una donna, ma anche un uomo e poi bambino e improvvisamente vecchio e poi scheletro e poi luce e poi feto e di nuovo bambino e di nuovo donna. Rin la guardò avvicinarsi al lago, sorridergli, il vento soffiava e Aki non ringhiava più, ma sembrava un bambino anche lui, un bambino che guarda una cosa bella. Quando il vento cessò Madremondo era scomparsa. Tornato a casa, Rin raccontò l’accaduto al padre e alla madre che erano vicini al fuoco. La madre guardò il marito e lui ricambiò lo sguardo. Rin capì che qualcosa stava per accadere. Qualcosa di brutto sarebbe accaduto. La madre di Rin toccò la fronte del figlio, gli disse:-
Hai la febbre, Rin.-
-No, sto bene, mamma.- Rispose Rin.
Aki il cane si era accucciato vicino al fuoco e dormiva, forse sognava.
- Vai a letto, Rin.- Disse il padre.
Rin non capì eppure capì e obbediente si mise sotto le coperte del letto che si trovava dall’altra parte della capanna, chiuse la tenda, sorrise, poi smise di sorridere ed ebbe paura. Si addormentò ascoltando la voce del padre e della madre che parlavano sottovoce e il fuoco disegnava ombre sulla tenda azzurra.
La stanza è vuota e bianca, ne entra uno, Rin non distoglie mai lo sguardo, ma non vuole nemmeno che il banchiere si accorga che lui ha pianto, allora stringe gli occhi, poi li spalanca e tira fuori la lingua. Nel villaggio di Rin si fa così quando si vogliono scacciare i demoni.
“Tira dentro quella lingua, animale”. Dice il banchiere. Ha in mano un vassoio contenente la razione giornaliera di cibo. C’è una scatoletta, all’interno ci sono palline colorate, il cibo.
Rin è arrabbiato, se ne sta in un angolo, il banchiere ha paura, Rin la annusa la paura, la vede, è grigia la paura e trema, la paura trema. Rin vede l’alone della paura che ondeggia e vibra attorno alla figura del banchiere, vestito da banchiere, vestito blu, giacca, cravatta, camicia bianca. Rin attacca, gli si getta alla gola e lo morde, lo morde alla gola e sente il sangue del banchiere e lo vede, vede il sangue del banchiere che è rosso e la bocca di Rin è rossa. La pistola spara un colpo, Rin vede il sangue, ma questa volta è il suo, il sangue di Rin che chiude gli occhi per non riaprirli più mentre prega Madremondo che lo accompagni in una buona rinascita.
Quel giorno la caccia andò bene, la madre di Rin abbracciò suo padre e lo baciò sulla bocca e Rin era lì e li guardava e la neve aveva cominciato a cadere e tutti gli animali del bosco pregavano. Rin non li sentiva, ma lo sapeva, pregavano, pregavano tutti.
Grazie agli Adjagas per l'ispirazione.
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Giuseppe Merico
Dita amputate con fedi nuziali
Giraldi editore, 2007
pp. 107, euro 10
di Sergio Rotino
Giuseppe Merico definisce i trenta racconti che compongono il suo esordio, intitolato curiosamente Dita amputate con fedi nuziali, “istantanee sulla realtà” e “piccole illuminazioni”. Definizioni che potrebbero calzare perfettamente per una raccolta di poesie e che invece si presentano come “testi brevi, a volte brevissimi”, anche se, a parere dell’autore, “non hanno la pretesa di essere racconti”. Potremmo allora arrischiarci a collocare questi testi in una categoria oramai desueta, che ci potrebbe calzare a pennello: prose poetiche. Ma, no. Non ci siamo. Perché quanto Merico va scrivendo in questa sua raccolta ha tutte le stimmate per un lavoro narrativo in fieri. Quindi, forse e meglio, Dita amputate con fedi nuziali è più di ogni altra cosa un insieme di prose. Prose che, quando si estendono oltre la singola pagina, quando trovano un respiro appena più ampio, riescono ad articolarsi nella forma grezza del racconto, della narrazione. Le immagini, che appaiono già nitide anche altrove, qui si estendono acquistando in dettagli, in azioni e motivazioni. Cosa che nelle prove brevi non è possibile notare, tese come sono a rappresentare l’impulso istintuale della situazione. Un libro ancora acerbo, Dita amputate con fedi nuziali, gracile, titubante. E giustamente incostante nel suo tastare i confini di quanto, in un prossimo futuro, potrebbe essere la materia fondante del lavoro narrativo di questo autore, classe 1974. Una incostanza tipica di chi si sta mettendo alla prova, ma ha tutta la curiosità del neofita. La scrittura di Merico in questo esordio mostra non tanto uno stile preciso e una riconoscibilità autoriale, quanto una poliedricità di argomenti, una infinita capacità di trovare il nuovo o l’inconsueto dentro elementi che hanno una lunga storia narrativa. Tanto che, a volte, sembra di avvertire l’eco lontano dei racconti immaginifici di un nostro grande narratore, quel Dino Buzzati di cui nessuno sembra aver mai voluto seriamente raccogliere l’eredità. Intendiamoci, il divario fra Buzzati e l’esordiente Merico è grandissimo, per varie ragioni, non ultima l’atmosfera surreale che il primo riusciva a estrarre da episodi di quotidianità e che nel secondo restano forse troppo collegati all’immagine creata per quella particolare situazione (e forse anche per questo molto del lavoro del giovane autore non lievita in direzione del racconto corposo adagiandosi nell’incandescenza del flash). Però, se dovessimo leggere in direzione del narratore lombardo i testi che compongono Dita amputate con fedi nuziali troveremmo dietro la sua fragilità elementi di continuità tutti da sviluppare. D’altro canto a Merico non manca una lingua che sa essere naturale, capace di elaborare le intuizioni narrative e di farle crescere sulla carta. Un divario grandissimo, quindi, ma non incolmabile. Sempre che all’autore interessi percorrere questa strada più di un’altra.
Quella che segue è la mail che mi è stata spedita dal direttore della rivista Inchiostro, Giampiero Dalle Molle. Si riferisce alla recensione che apparirà sul prossimo numero di Inchiostro. Riporto il testo della mail e non solo la recensione per giustificare la nota leggermente stonata in fondo al testo. Sono comunque soddisfatto e spero lo sarete anche voi amici di Scrivoeleggo, dopo aver letto "Dita amputate con fedi nuziali".
Il vostro Giuseppe.
Ciao Giuseppe.
Ecco qui sotto il testo della recensione.
Come vedrai, il giudizio complessivo è molto positivo, ad eccezione dei tanti, troppi errori formali - chiamiamoli refusi - che, pur andando imputati in prima battuta all'autore (e per questo è giusto criticare anche te), spetterebbe in ogni caso all'editore rivedere e correggere.
Ma ci siamo resi conto anche in altri casi che, purtroppo, Giraldi non effettua questa indispensabile revisione, che pure dovrebbe costituire l'abc di ogni editore degno di questo nome.
Ho già provveduto a farti spedire la copia della rivista.
Per una qualsiasi eventualità futura, mi daresti anche i tuoi recapiti telefonici, nel caso dovessimo contattarti con urgenza?
Grazie, ciao
gdm
Dita amputate con fedi nuziali
Giuseppe Merico; Giraldi
106 pagine; 10,00 euro
È una raccolta di trenta racconti a segnare il debutto in libreria di Giuseppe Merico, il cui esordio assoluto è invece avvenuto nel 2005 su Inchiostro, con una storia (“Romeo”) ripresa in questa antologia.
I trenta brani sono delle brevi, a volte brevissime (la lunghezza varia dalle dieci righe alle otto pagine) “istantanee sulla realtà”, come è annunciato nella premessa. Non si tratta, però, della realtà ordinaria e quotidiana, ma di quella caleiodoscopica e interiore, che sembra piuttosto l’eco di visioni e sensazioni, anziché frutto dell’osservazione del mondo circostante. L’impressione, leggendo le pagine di Merico, è insomma quella di trovarsi di fronte a un universo immaginifico, dove tutto può accadere proprio perché non si pongono limiti ai voli della mente.
Colpisce la capacità dell’autore di dar voce, in modo semplice e diretto, senza retorica né buonismo né inopportuna commiserazione, a coloro che vivono ai margini – o addirittura fuori – della società, attribuendo dignità quasi eroica ai cosiddetti ritardati mentali, fino al maniaco compulsivo e all’allucinato, che vede le mosche nascere dal proprio corpo.
È inevitabile, quindi, che ne scaturiscano spesso storie inquietanti, che spiazzano il lettore. In un panorama complessivamente convincente, un paio di racconti appaiono invece avulsi dal contesto e stranamente sconclusionati, senza capo né coda, quasi non fossero farina dello stesso sacco.
La lingua di Merico è essenziale, fluida e fresca, in grado di trasformare con efficacia le immagini in parole e di guidare il lettore all’interno delle vite dei protagonisti.
Peccato per i troppi errori – ma spesso sarebbe più giusto definirli orrori – formali che affliggono il testo e che sottraggono al lettore gran parte del gusto e del piacere di addentrarsi in un’opera interessante.
"L'indice della felicità si misura dal numero di Lacoste che hai tu e i tuoi figli, barbecue la sera, bermuda verdi."
Gli occhi gli si muovono da destra a sinistra e viceversa, è impegnato in una tratta di denaro, parla con una donna che ciarla con lui e nel contempo al cellulare. Il tipo sulla porta dell'hotel Baglioni ha un nome e una famiglia, ma a noi non interessa, il tipo serve a portare dentro le valigie di Louis Vouitton. I denti di lui, quello con la donna, soffermiamoci sui suoi denti, chicchi di riso bianco perla e cavolo..., la sera prima c'era lei, che adesso parla al cellulare, lei su di lui, la lingua di lei a leccargli la cavità orale tutta, poi lui è andato in bagno e se li è lavati i denti, lei è rimasta sul letto a guardargli le spalle, una portaerei quasi. Il tipo alla recepiton dell'albergo saluta la coppia, l'ascensore si apre, all'interno c'è un pezzo strappato da qualche repertorio di musica classica scritto cento anni prima da un compositore da un nome difficile come il principio attivo di un antibiotico a largo spettro. L'ascensore sale, ma a noi non interessa, insomma cosa puo' fare un ascensore se non salire e scendere? I due, la coppia all'interno hanno una propria vita, interessante per alcuni, noiosa per altri, dipende dai punti di vista. Mark è americano, ha appena sparato un colpo al tizio con la camicia verde che ha cercato di mettergliela in quel posto al suo capo. Niente soldi, solo si è tenuto la droga, i panetti di eroina. Il capo abita a Palermo, gli è bastata una telefonata e Mark si è mosso dalla periferia di Bologna fino all'hotel Baglioni, ha fatto il suo lavoro e adesso aspetta l'ascensore. La coppia esce, gli occhi di lei ancora impegnata al cellulare incontrano per un attimo gli occhi di Mark e per un attimo, solo per un attimo lei pensa al barbecue alle nove di sera in un ipotetico giardino con quell'uomo, quello sconosciuto, Mark. Quante Lacoste stirate per i loro pargoli pensa la donna mentre parla al cellulare. La porta dell'ascensore si apre, i due escono, Mark entra, la pistola nella sua tasca ha la canna dura, pure il suo cazzo, accanto alla pistola, pure lui è duro.
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Oggi cominicia il Ramadan, i mussulmani non toccano cibo fino al tramonto mentre Leo e Sara tirano fuori le bustine di coca e se la iniettano nel parcheggio e la radio trasmette i risultati della partita dell'Italia. La sigaretta ancora accesa nei pressi della macchina d i Leo, è una Marlboro, fino a qualche attimo primo un vigile di nome Alessio la aspirava, ha aspettato un po' lì, poi è arrivata Claudia, si fà chiamare Claudia, ma non è il suo vero nome, il suo vero nome non lo dice a nessuno, lo conosce solo il fiume che costeggia il villaggio dove lei è nata trentadue anni prima, in Africa. Claudia vende il suo sesso e Alessio, il vigile, lo compra da un anno. La moglie di Alessio aspetta a casa, talvolta si masurba nel bagno, infila il dito nella vagina e fà finta di godere. Talvolta guarda fuori dalla finestra nei pressi della fermata dell'autobus, vede un uomo corpulento con la valigetta, pensa all'uomo, pensa al suo peso e muove il dito in una masturbazione frenetica e disperata. Oggi comincia il Ramadan e tutte le persone e le cose tutte, piangono Allah che vede tutto: Leo e Sara, il vigile Alessio, Claudia e il fiume in Africa e il dito della moglie di Alessio che non la smette. Porgi le offerte ad Allah, benzodiazepine e telefoni cellulari di ultima generazione, Bmw e gratta e vinci, porgi le offerte. Allah è grande.
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P.s. Il mio non vuole essere un attacco all'Islam, semmai ai costumi moderni e alla deriva materialistica che ha assunto il mondo. Materialismo consumistico, i beni di consumo, materialismo chimico, le droghe, materialismo del corpo, il sesso a pagamento. Allah è grande perchè si eleva, ma al contempo è dentro. Allah è ovunque e piange.