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Mia anima nera,
dove vanno i tuoi passi?
Chi credi di incantare?
Non usare più parole scritte.
Dimenticati di me, dice la scrittura.
Io cammino,
il sentiero è ombroso e freddo,
nemmeno la luna nel cielo.
Sei sicuro di non aver vissuto una vita da mostro?
Vedessi le facce, si liquefacevano o almeno così mi sembrava. C'era questo cantante sul palco, suonava un blues allucinato e lento. Io, Lorenzo e Chiara ce ne stavamo al tavolino rotondo, lucido e nero. Non pensavo che l'astinenza da televisione mi potesse giocare uno scherzo simile. Ero passato dall'accenderla al mattino e spegnerla a notte fonda-il mio lavoro al computer me lo permetteva- al non guardarla per niente. Di fatto non l'accendevo da cinque anni. Astinenza è, voce del verbo essere, tremore e panico. Chiara accavallò le gambe, io invece vedevo il cavallo bianco della pubblicità dello shampoo.
- Non ti senti bene?- Mi chiese Lorenzo.
Non so cosa risposi, di sicuro uscii dal locale biascicando qualcosa.
Non guardare la televisione e non leggere i giornali, la politica soprattutto, evitarla, allontanare il mostro della retorica, del falso ma per bene, ritornare a vivere, cazzo era la mia vita, non la loro. Arrivai a casa, sudavo, guardai l'orologio, segnava le due di notte. Al mattino c'era il tavolino basso che tengo in soggiorno, spuntava dallo schermo in frantumi. Il tavolino di legno c'era proprio entrato dentro, ma una parte sporgeva come il relitto di una nave dove l'acqua è bassa.
Devo aver dormito perchè ero riposato, mi guardai allo specchio, lindo, pulito, senza peccato. Squillò il telefono, erano le otto del mattino, a breve avrei scritto la recensione per un ristorante che si trovava in via De' Marchi, a Bologna:
"Il servizio è dei migliori in città, il personale accorto e le pietanze ricercate, ma senza ostentare nessuna pretesa di alta cucina. Il pollo al curry si fa guardare e sentire, all'olfatto prima che al gusto, i ravioli con la ricotta e le noci sono quanto di meglio possiate trovare se siete in pausa dal lavoro, ecc...ecc..."
Il telefono continuava a squillare, era Lorenzo, mi raccontò di Chiara, mi disse che c'era finito a letto, no, lei adesso non c'era, era tornata a casa, tornò a chiedermi come stavo, gli risposi bene, mentre camminando con il cellulare nella mano destra mi accorgevo del tavolino nel televisore e del collage di foto di Berlusconi attaccate al muro. Riattaccai con una scusa e rimasi lì a guardare il mio soggiorno, quale altro spazio metafisico avrebbe potuto rappresentare meglio le mie angosce?
Non fare finta di vivere,
sgombra gli angoli dalle lattine di birra.
L'altro giorno è venuta Mary,
mi ha detto che sei in uno stato pietoso,
che avresti bisogno di una bella doccia,
ha detto proprio così,
"bella doccia".
Tra me e me ho sorriso,
ho pensato all'estate scorsa quando al
mare, eravamo a casa tua,
la sera a impallidire la luna,
a bere tequila e sale.
Mi hai detto: -
Fosse per me non mi laverei mai.-
Detto, fatto.
Non sono forse i nostri desideri,
quelli che prima o poi ci raggiungono?
Li sentiamo arrivare con passi stanchi
o frenetici, repentini balzi,
indossano scarpe inglesi e come si dice...
scarpe inglesi e abiti italiani.
- Dimenticato sulla spiaggia come un eremita...
- Sì?
- Capisci cosa dico?
- No.
- E, mi ascolti?
- E ti ascolto.
Non è facile iniziare una storia con un dialogo del genere, ma è così, le storie se ne fregano, non se lo chiedono se così va bene o meno. Se è andata così, è così che è andata. Il dialogo tra i due continua, lui è in piedi accanto a una finestra aperta, da poco è iniziata la primavera, aria e aria e aria, tre volte aria, che entra da fuori. Lui indossa qualcosa come una camicia a quadri, anzi, proprio una camicia a quadri, lei invece è sfuggente, non si lascia descrivere.
- Ce lo hai appeso tu quel maiale sgozzato?
- Certo...
- E col sangue come hai fatto?
- E' stato un procedimento lungo e farraginoso. Ti piace? E' la mia ultima opera. Le ho dato il nome di "Eccocomevannoafinirelecosequandocisfuggono".
- Inquietante, si puo' dire? Inquietante...
- Certo, l'effetto è quello. E' quello che volevo dire, beh, non io. Lo dice il maiale, ovvio....
- Capisco.
Lui, lo avrete capito, è un artista, poche parole, per lo più strambe. Lei è una prostituta, questo non si era capito, di fatto non ho scritto nulla che vi potesse far pensare alle sue attitudini "cazzerecce", se mi passate il termine. I due continuano a parlare, la finestra è ancora aperta e l'aria primaverile è ancora lì. Quello che è cambiato invece, ma non lo abbiamo visto nè capito, è quello che è accaduto giù nel cortile. Beh, nel cortile c'era un ragazzino, avrà avuto dieci anni circa, giocava con una palla, la faceva rimbalzare contro un muro, sul muro c'è un graffito, "Zip" con le lettere colorate e i fulmini viola. La palla andava dal ragazzino al muro e viceversa, poi più niente, la palla ha rotolato per un po' e il ragazzino non l'ha più afferrata. Il ragazzino è scomparso, il suo corpo verrà trovato domani sulla riva del fiume che costeggia la periferia di questo paesotto. La gola sgozzata, segni di violenza. I due, la puttana e l'artista continuano a parlare del niente senza accorgersi di niente e lo stesso niente avrà fatto suo il ragazzino. Ecco, accade:-
Ehi tu, bambino. Vieni un pò qui...
Non vivo forse io dove quelli oltre la vetrina comprano del buon prosciutto San Daniele ? E a guardarli, oh, al solo guardarli come si impettiscono come tacchini. Fanno la spesa per tutta la settimana e che ci siano provviste e non bisogna scordarsi degli ospiti che, chissà, non si sa mai, possono arrivare. Viviamo in una stanza con una tenda di paglia che dà sullo stradicciolo e in fondo c'è il mare. Io e Monia siamo lontani da certe cose. Non so bene come l'abbia conosciuta, so solo che un giorno guardavo una conchiglia e poi più, c'era lei. Mi ha seguito in casa e da allora non mi ha più lasciato. Per capelli ha grappoli di alghe e quando guarda, guarda il mare. Monia, il nome gliel'ho dato io senza usare nemmeno tanta immaginazione e lei ne è stata grata. Quante cose non sa, ma non vuole nemmeno imparare. Ogni tanto leggo un libro e lei se ne stà lì a guardarmi, la televisione la usa proprio come io vorrei, ci mette sopra di tutto, arbusti e vasi e i miei libri, non sa che si accende, non glielo dirò mai. Un giorno, poverina, un tizio nella salumeria di cui sopra, le ha detto:-
Signorina, cosa fa? Non rispetta la fila?
Lei lo ha baciato sulla guancia, il tizio si è inalberato, ha detto che soffriva di cuore, ha detto che ci avrebbe denunciati. Quante cose non sa Monia, quante altre ne sa, come prendermi le mani e farmi i giochi, quelli magici, quelli con le stelline e le luci che quand'è buio le vediamo solo noi, in riva al mare con la risacca e i granchi che si inseguono sulla riva. Le cose di Monia mal si adattano alla vita di città, sembrano più oggetti dimenticati sulla spiaggia poco prima dell'alba o del tramonto, fate voi.
Io non vi riconosco. Non riconosco te, donna lapidata da cento uomini iraniani, il tuo bambino piange, gli uomini gli tengono le braccia quasi a spezzargliele. Non riconosco te, uomo messo al muro con una benda sugli occhi ad aspettare che il grilletto faccia click e lo sparo parta e se non è il primo, sarà il secondo. Non riconosco te, legato per le mani e i piedi, seduto sul legno duro, della sedia più scomoda che ti abbia mai accolto, la tua ultima sedia, quella della tua morte. Non riconosco te, ragazzina dai capelli biondi, sciolti, sporchi con il walkman nelle orecchie e il sangue dal braccio e l'ago nel braccio e il laccio sul braccio e la morte dal braccio. Non riconosco te, nel tuo ultimo volo, prima che lo schianto arrivi e ti ritrovi all'ottantesimo piano di un grattacielo, proprio dentro e non sai come possa un aereo entrare da una finestra, nemmeno te lo chiedi più. Non riconosco te che aspetti alla fermata dell'autobus e quando ci sei sopra ti accorgi del ragazzino che ti sta accanto prima che prema un pulsante collegato a dei fili e i fili collegati alle bombe e le bombe collegate al cielo dove le vergini lo aspettano. Io non vi riconosco uomini, io sono il male, il male, "un ritratto mal fatto".
Solo parole sparse in ciocche non di capelli ma di polvere, queste.
Ricordo ancora: "Annegherai tra le parole sognando sangue e sudore".
Quanti anni son passati da allora?
C'era questo giornalino anarchico in bianco e nero,
anche la casa era in bianco e nero e anche la mia vita,
anche quella era in bianco e nero...
Un mio coinquilino si faceva di "roba" e psicofarmaci,
ascoltava musica dark
Ricordo ancora, annegherai.
"Un'ora prima che si sparasse, Philip Strayhorn, il mio migliore amico, telefonò per parlarmi dei pollici.
- Hai mai notato che quando ci laviamo le mani trascuriamo i pollici?-
- Scusa, in che senso?-
- E' il dito più importante, ma siccome è sistemato lì da una parte, lontano dagli altri, non lo laviamo per bene. Gli diamo una sciacquata, tutt'al più una sfregatina, ma certamente non gli riserviamo la cura che meriterebbe per tutto il lavoro che fa. E probabilmente è anche il dito che si sporca di più.-
- Mi hai chiamato per dirmi questo, Phil?-
- E' molto importante, a livello simbolico. Pensaci... Che cosa stai leggendo in questo periodo?-"
Jonathan Carroll
Romanzo visionario, si parla di una morte misteriosa, di videocassette che giungono dall'aldilà, di un angelo, del male. Tutto viene mescolato in un "calderone", c'è di mezzo Hollywood e i film dell'orrore. Leggetelo se vi va, sennò passate ad altro.
Il dieci e l'undici novembre a Verona. Io ci vado domenica, se qualcuno di voi volesse venire, magari ci si becca, come si dice? Ci si incontra tra libri, caffè e parole.
Per ulteriori informazioni sulla manifestazione: www.fierainchiostro.it