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ANCORA COLLINE CAVE, HOLLOW HILLS.
SCRIVOELEGGO RIAPRE NEL DUEMILAOTTO.
SALUTI,
GIUSEPPE.
Amici di Scrivoeleggo e non solo, tempo fa mi è arrivato un invito da un forum di letteratura, I cartografi, beh io sono restìo a partecipare ai forum, ma mi son detto, perchè no? Sono stato attirato soprattutto perchè si diceva che ci fossero, non ho capito bene, gli amici di Baricco. Allora andiamo, ho postato diversi miei racconti, un'anteprima della rivista Argo, il racconto "Il legame", un altro racconto che si trova sul sito di Argo dal titolo "L'ospedale dei tubi chiusi", beh i racconti son piaciuti. Ho postato altri racconti prendendoli da Scrivoeleggo pensando che anche gli altri mi avrebbero seguito scrivendo racconti e postandoli anche loro, qualcuno lo ha fatto e ho apprezzato il gesto. Insomma in un forum di letteratura ci sta che si possa leggere del materiale scritto da noi. Non lo avessi mai fatto, sono stato tacciato di autopromozione e cacciato dal forum, è stata applicata una forma di censura a dir poco fascista. Qualcuno, non faccio nomi, mi ha mandato una mail, ringraziandomi delle cose scritte sul forum e a sua volta lo ringrazio anche io. Inoltre sul forum dei cartografi avevo anche messo un annuncio, scrivetemi un racconto, se è buono lo pubblichiamo su Argo, una certa Vis, la "padrona del forum", mi ha risposto che non sono credibile e qui mi vien da ridere e che ha ricevuto segnalazioni, e anche qui mi scappa da ridere, manco fosse la polizia, sul mio conto, quelli del forum mi ricorderanno solo e sempre per i miei scritti e per la mia pubblicità. Non voglio screditare questo fantomatico forum, sto solo raccontando la mia esperienza che, che dire, mi ha lasciato con l'amaro in bocca.
Viviamo tra le colline cave, a volte sentiamo le voci, quando il vento le porta. Mi moglie si chiama Mara, ma io la chiamo “amara” perché non sorride mai, al mattino mi porta una tazza di the verde, non dice nulla, me lo lascia sul comodino e scompare nell’altra stanza. Mi è capitato di seguirla di là, non fa nulla, a volte guarda dalla finestra, aspetta che suo figlio faccia ritorno, ma lui non torna. Mi alzo dal letto maleodorante, vado in bagno, mi guardo allo specchio, una crepa si delinea e sullo specchio e sul mio volto, in realtà è più di una, una per ogni oltraggio che ho dovuto sopportare e tenere come masso sulle spalle. Non vivevamo qui tra le colline cave, un tempo eravamo giù in paese, ad Alcante, così si chiama il paese che abbiamo lasciato. Ci eravamo arrivati con la nostra carrozza, i nostri cavalli in male arnese, e i cavalli e noi. Io, mia moglie e nostro figlio Ben. Il sindaco ci aveva dato il benvenuto, stringendoci la mano, a me e a mio figlio che era quasi un ometto, si era inchinato e aveva salutato mia moglie Mara che io chiamo “amara”. Il sindaco era un ometto facile facile da descrivere, mi basta dire che era tutto orologio da taschino con una catenella che pendeva dal panciotto. Un ometto insignificante dalla voce talmente bassa che dovevi avvicinarti, ovvero abbassarti, per sentire quello che voleva dire.
- La nostra comunità vi dà il benvenuto ad Alcante e io, come primo cittadino, vi porgo i miei omaggi, certo che qui troverete un posto accogliente per voi e per i vostri figli. Vi do il benvenuto a nome di tutti e centoquattro cittadini di Alcante.-
Ringraziammo il sindaco e per un paio di notti dormimmo in un albergo, l’unico di Alcante, si chiamava “Albergo di Alcante” ed era all’entrata del paese tra due grossi ippocastani.
La padrona dell’albergo era un donnone facile facile da descrivere, mi basta dire che era tutto seno. A un certo punto mia moglie si guardò imbarazzata il suo di seno, al cospetto pareva una depressione sottomarina, mentre il seno del donnone, della padrona dell’albergo pareva quelle vette innevate che dominano il mondo, dove i ghiacci non si sciolgono mai e gli sherpa portano sù grossi zaini di tela. La padrona dell’albergo non trovava reggiseni per le due montagne che si ergevano dal suo petto, dunque era solita fasciarli con una benda di stoffa elastica, ma anche così mentre mi parlava facevo fatica a scorgerle la faccia, infatti ogni tanto lei se ne accorgeva e con fare indifferente spostava il seno o da una parte o dall’altra.
- La nostra comunità vi da il benvenuto ad Alcante e io, come padrona dell’albergo, vi porgo i miei omaggi. Spero possiate trascorrere un sereno soggiorno presso l’albergo di Alcante.
Dopo due giorni avevamo già trovato casa, si trovava nei pressi del fiume. Quando chiesi alla padrona di casa come si chiamasse il fiume, lei mi rispose :-
Fiume di Alcante.-
Io, mia moglie Mara e mio figlio Ben salutammo la padrona di casa che era difficile da descrivere tanto assomigliava a qualcosa di intermedio tra le forme vegetali, quelle animali e persino quelle gassose. La salutammo, lei ci diede le chiavi di casa e soldi in mano prese il sentiero che portava verso il centro del paese, cambiando di tanto in tanto forma, animale, vegetale, gassosa.
Mio figlio si sistemò nella stanza di sopra e disse:-
Questa è la mia stanza-
Mia moglie Mara, con la sua voce amara andò in cucina e disse:-
Questa è la mia cucina-
Io guardai la poltrona vicino al camino e alla finestra ma non dissi niente.
Alcante contava centoquattro abitanti, adesso eravamo centosette.
Un mattino vidi l’ addetto del comune, si presentò dicendo:-
Salve, io sono l’addetto del comune di Alcante-
Ricambiai il saluto porgendogli la mano, la sua era imbrattata di vernice rossa, mi indicò un cartello dicendo:-
Ho appena fatto un lavoro importante-
Gli chiesi cosa avesse mai fatto di così importante, mi disse di seguirlo, mi portò al cartello di legno all’ingresso del paese, vicino a un grosso fienile.
Il cartello era di legno, c’era scritto: Alcante, abitanti 104. La scritta era cancellata con una grossolana linea rossa. In basso c’era scritto, Alcante, abitanti 107.
I primi mesi furono facili, io trovai lavoro presso l’ufficio postale che si chiamava… beh potete immaginare come si chiamava.
Mio figlio Ben frequentò la scuola, faceva la quinta elementare, una sera a cena ci disse che tutti i suoi compagni erano gentili e premurosi nei suoi confronti e anche la maestra lo era, mia moglie si occupò della casa e di due galline che comprammo al mercato per avere le uova fresche di giornata.
All’inizio dell’inverno, portai una lettera al sindaco, proveniva dal paese vicino che si chiamava Alvante. Il sindaco la lesse, non aspettò nemmeno che io andassi via. Mi guardò sbalordito e con voce imperiosa disse:-
Lei e la sua famiglia rimarrete qui ad Alcante!-
Io non capii subito.
Qualche giorno dopo mia moglie “amara”, ehm…scusate, Mara, mi disse che in mattinata erano venuti due uomini a farle visita, le chiesi se le avessero fatto del male, mi rispose di no, anzi, mi mostrò una cesta che avevano lasciato nel soggiorno, tra il divano e il camino. La cesta conteneva ogni ben di Dio, c’erano salumi e pane e pasta e uova e pesce e fiori e cioccolato e sale e zucchero e caffè e pannocchie di mais e farina e pomidori e arance e limoni e mele e pere e olio e aceto e menta e rosmarino e salvia e alloro e un pollo e un tacchino e uno zampone e lenticchie e patate e zucchine e carote e piselli e fagiolini e altre cose che la cesta sembrava non avesse fondo.
- Erano gli uomini del paese, quello confinante al nostro, Alvante.
Disse mia moglie.
Per tutto l’inverno ci sfamammo di quelle provviste, sembrava non avessero mai fine.
Gli uomini di Alvante vennero a farci visita in primavera e in estate e tutte le volte ci portarono un cesto pieno di ogni ben di Dio.
Noi non facevamo altro che ringraziare, cosa avremmo dovuto fare?
Il sindaco di Alcante, in luglio, ricevette un’altra lettera misteriosa, anche quella volta mi disse:-
Voi rimarrete qui ad Alcante!
Quando gli chiesi spiegazioni, non mi rispose, ma mi chiese se avessimo accettato doni da qualcuno negli ultimi tempi.
Gli risposi di sì.
Mi lasciò sull’uscio di casa, entrò dentro sbattendo la porta così forte che il suo orologio da taschino vi rimase intrappolato in mezzo. Vedevo la grossa cipolla al di qua della porta e il sindaco che urlava dall’altra parte:-
Roba da matti!- Diceva. Il grosso orologio si staccò e cadde per terra, evidentemente il sindaco aveva dato un grosso strattone e la catenella si era rotta. Bussai, il sindaco aprì la porta, era rosso in viso, aveva gli occhi gialli e pur nella sua bassezza sembrava forte e rabbioso, mi strappò il suo orologio dalle mani e richiuse la porta sbattendola più forte di prima.
Fu in un giorno di agosto quando il sole faceva ciao tra le colline che fanno da corona ai due paesi, Alcante e Alvante, che vidi l’addetto del comune dirigersi con un grosso pennello rosso verso il cartello all’ingresso del paese, vicino al granaio. Lo seguii e vidi la scritta: Alcante, 104 abitanti, ed era cancellata con una grossolana linea rossa. Alcante, 107 abitanti, e anche questa scritta era stata cancellata con una gocciolante linea rossa. L’addetto del comune scrisse, Alcante, 106 abitanti. Mi guardò stizzito e mi disse:-
L’avete fatta grossa voi altri, sui nuovi arrivati non si può mai contare.
- E perché mai?- Dissi.
- Perché? Perché? E me lo chiede anche?
Andò via portandosi con sé il secchio della vernice e il pennello rosso, lasciando gocce di colore lungo tutto il cammino.
Tornato a casa vidi mia moglie, guardava fuori dalla finestra in direzione del paese confinante, Alvante.
Mia moglie piangeva, mi disse che Ben non era tornato da scuola, che non sarebbe tornato, mi disse di leggere la lettera che le avevano lasciato i due uomini di Alvante , le avevano fatto visita la mattina stessa, ma questa volta non portavano alcun cesto.
“Essendo il nostro paese, Alvante, in guerra con il confinante paese di Alcante ed essendo questa guerra basata sulla tattica e la strategia, abbiamo apportato una mossa decisiva, quasi uno scacco alla regina. Avendo la vostra famiglia accettato per tre intere stagioni i nostri omaggi, le ceste senza fondo, siamo in diritto di prenderci un pedone. Vostro figlio Ben, da oggi entrerà a far parte della nostra comunità, la quale raggiungerà il numero di 103 abitanti. Siamo ancora in svantaggio di un pedone rispetto all’odiato paese di Alcante che ad oggi conta 104 abitanti. Se vorrete trasferirvi nel nostro paese sarete i benvenuti e la nostra comunità vi accoglierà come figli, sappiamo però che la comunità di Alcante non vi lascerà andare tanto facilmente, indi ragion per cui, vi assicuriamo che il vostro figliuolo di nome Ben verrà trattato con la massima premura e dato in affidamento, da oggi la sua nuova famiglia, al signore e alla signora della casa grande accanto alla chiesa.
Vi porgo i miei più cordiali saluti,
il sindaco di Alvante.”
Passai i giorni successivi a chiedere spiegazioni al sindaco di Alcante, alla gente del paese, tutti si chiusero in un murato silenzio.
Quando cercammo di attraversare il sentiero che dal cartello e dal granaio portava al confinante paese di Alvante, per la prima volta vedemmo le guardie. Indossavano una tuta rossa che gli fasciava le gambe e i grossi muscoli delle braccia, sulla testa portavano un casco rosso e dal casco partivano due palloncini rossi legati con un filo ad entrambi i lati della testa. Le guardie ci minacciarono con i forconi, ci ordinarono di tornare indietro e quando opposi resistenza dicendo che dovevo, io dovevo, andare a trovare mio figlio Ben ad Alvante, uno di essi mi mollò un pugno con un guanto da boxe. Mia moglie mi tirò su, mi asciugò il sangue che sgorgava dal naso e piangendo mi riaccompagnò a casa. Mentre tornavamo indietro, le guardie dai palloncini rossi ci lanciavano sassi come si fa con i cani.
Circondati dal silenzio dei nostri concittadini, fuggimmo in una notte senza luna. Uccisi una guardia con un grosso masso mentre mia moglie la confondeva mostrandogli il seno che anche se non era prosperoso come quello della padrona dell’albergo attirava sempre e comunque l’attenzione di una guardia affamata di corpi femminili. La guardia cadde morta, il sangue rosso si mescolò al colore del suo casco e dei suoi palloncini rossi che ora sembravano spuntare dal suolo come tulipani nella notte. La seconda guardia corse a chiamare rinforzi, ma arrivarono troppo tardi. Noi siamo già qui, tra le colline cave, ad ascoltare le voci quando il vento le porta. Nostro figlio Ben non tornerà a casa, vano è ogni nostro tentativo di riaverlo, le guardie blu di Alvante non ci fanno entrare nel paese, essendo noi ricercati dal confinante paese di Alcante e la legge vuole che o torniamo ad Alcante o in esilio tra le colline cave. Mia moglie Mara è sempre più “amara” e trascorre i giorni a guardare fuori dalla finestra, in basso, ai piedi delle colline dove sorgono, confinanti e nemici, il paese rosso di Alcante e il paese blu di Alvante.
Mi sono seduto sulla mia bara ad aspettare,
ci ho anche banchettato sulla mia bara.
Mi hanno detto, certi tipi, che le pagine scritte sono tante,
beh, le ho lette, ogni sera ne leggo ancora,
soprattutto adesso che in giro
ci sono quelli che assaltano i negozi.
Mi sono seduto sulla mia bara e non ero più solo,
è venuto a trovarmi un amico,
abbiamo fumato, io Diana rosse che non mi allontano mai da loro,
e loro mi porteranno all'altro mondo prima o poi,
il mio amico beveva Ceres scura
e si parlava, di libri e di scrittori
soprattutto,
sopra la bara
soprattutto.
Abbiamo aspettato insieme
e
senza fretta
che venisse
l'alba.
Il sole come ogni altra cosa è iniziato
e
noi non abbiamo
avuto
fretta,
siamo rimasti
un altro pò,
sulla mia bara.
E’ un po’ di tempo che sono solo. E’ un po’ di tempo che la barba cresce e non la taglio. E’ passato un po’ di tempo da quando Melania mi veniva a trovare. Non era mai sola, nel senso che non veniva mai a mani vuote. C’erano delle volte che mi portava foglietti di carta colorata, mi spiegava con calma e a modo come fare gli origami, altre volte entrava in casa portando ingombranti rotoli di carta, poi li apriva sul tavolo della cucina, erano mappe geografiche e mi chiedeva dove volessi andare, altre volte erano mappe stellari oppure mappe oceanografiche. Melania aveva una passione per la carta, dunque incontrandomi poteva soddisfare questo suo piacere che le arrivava dall’infanzia- suo padre lavorava in una copisteria- , poteva leggere i racconti, i miei, mai al pc. Dovevo sempre, puntualmente stamparli. Allora leggeva. Fu Melania a presentarmi a lui. C’era il sole quel giorno e le nuvole erano bianche, alte sui tetti di Bologna. Mi portò nei pressi del ghetto ebraico, mi disse che lui abitava lì. Il palazzo era ocra, il portone marrone di legno, il corridoio all’interno, buio, provammo ad accendere la luce, ma questa faceva un rumore elettrostatico, pareva volesse accendersi, la guardavamo sforzarsi, un paio di lampi luminosi brevi e timidi e poi buio. In fondo al corridoio c’era questa scalinata che portava ai piani superiori, imboccai le scale, ma Melania mi disse che no, che lui abitava qui. Qui dove? Risposi io. Mi fece cenno, indicando una piccola porta proprio sotto le scale. La guardai sorpreso, ma non troppo. Melania bussò e lui venne ad aprirci.
E’ un po’ di tempo che i giorni non hanno valore, come se ci fosse stata una svalutazione. La casa, la mia, è piena di polvere, gomitoli grigi hanno preso vita e svolazzano negli angoli, quando vado al bagno non accendo mai la luce e capita che la faccia fuori, ma ho troppo freddo per fare cose complicate, come accendere la luce o tirare lo scarico.
Melania bussò e lui rispose. Entrammo e me lo presentò. Capii dalle sue parole, da quelle di lui, che giocava con le storie. Melania me lo aveva fatto incontrare per questo motivo. Ci sono storie che vanno raccontate e i mezzi, caro il mio ragazzo, così mi disse, sono gli uomini. Le storie testimoniano i fatti, li rendono visibili ai più. Conobbi Levi, dopo il lagher, presi la sua storia, la lessi e gli diedi il mio benestare. Qualcuno doveva pur raccontare l’orrore dei campi di concentramento, il mezzo fu Levi, passò da casa mia, ce lo portò una sua amica, com’è accaduto a te in questo momento.
E’ un po’ di tempo che ho raccontato la mia storia, che l’ho fatta leggere a lui. Gli ha dato il suo benestare, ma poi, poi è scomparsa Melania, ho provato a telefonarle, non ha più risposto. Quando sono andato nel ghetto ebraico per cercare lui, non c’era nessuna porta sotto le scale del palazzo dal corridoio buio.
La mia storia inizia così:
Sono stato chiamato dalla centrale, ero in ferie, ma qualcosa stava accadendo, presto in centrale dunque, tuta antisommossa e si parte, camioncino blindato. Non è una cosa seria, mi disse il collega che mi sedeva accanto, casco ben allacciato e fucile lancia fumogeni tra le gambe. Lo guardai, ma non gli credetti. Mi avevano richiamato dalle ferie, avevo interrotto il mio romanzo, la mia passione, qualcosa di grosso stava accadendo. La città era una pentola che presto, prima o poi, sarebbe esplosa.
Ci troviamo di fronte ai ragazzi col volto coperto, sono neri, lanciano sanpietrini, ci proteggiamo con gli scudi. Riceviamo l’ordine negli auricolari. Caricate. Siamo più forti, meglio attrezzati. Li schiacciamo. Riceviamo un altro ordine. Picchiate donne, bambini, vecchi, tutti. Al momento non volevo credere agli ordini, ma quando il collega che mi era accanto, tra il fumo e i rumori, mi disse di picchiare lo feci. Afferrai un anziano per il braccio e gli diedi una manganellata dietro la schiena. Il vecchio si piegò in due. Non volevo crederci, ma lo stavo facendo. La lotta per le strade di Genova continuava. Stavamo vincendo noi.
La mia storia continua così:
Non c’è stata nessuna spiegazione. Nessuno dei nostri superiori ci ha spiegato perché dovessimo picchiare indistintamente donne, vecchi e bambini e non solo i ragazzi vestiti di nero che lanciavano sanpietrini e scrivevano con lo spray sui muri o incendiavano le automobili o spaccavano le vetrine dei negozi o incendiavano i cassonetti. L’ordine non includeva spiegazioni. Picchiare duro. Un mio collega, sempre quello di prima, quello che mi disse di picchiare, sentì dall’auricolare che erano arrivati da tutta Europa, che erano i Black blocks, che erano arrivati anche i ministri da Roma e che qualcosa sarebbe accaduto.
La mia storia termina così:
Eravamo in guerra, la guerra per le strade, da tutto il giorno, non ne venivamo fuori, avevo la divisa sporca di sangue, sotto al casco sudavo. Eravamo all’impasse. Venirne fuori in modo che dall’altra parte capissero che non si poteva mettere a ferro e fuoco una città italiana, non lo potevano fare questi neri, questi Black blocks venuti dalla Germania o da chissà quale altro paese straniero. L’ordine fu: Sparare. In piazza Alimonda cadde uno di loro. Si beccò una pallottola in fronte. Tutto dopo si sarebbe calmato. Ci voleva una vittima, ci voleva qualcuno che cadesse per ripristinare l’ordine. I ministri ne erano al corrente, anche loro in tuta antisommossa. La notte poi nelle scuole dove si erano rifugiati come topi, avremmo applicato strategie di terrorismo. Lo abbiamo imparato durante i corsi di addestramento. Terrorizzare il nemico. Sangue, urla, sirene e ambulanze e l’Italia domani può andare avanti. Non sono mai stato patriottico, non sono di destra, non volevo picchiare.
Quando gli consegnai i fogli sui quali c’era scritta la mia storia lui non ne fu contento, mi disse solo che avevo fatto ciò che andava fatto, scriverla, ovvio. La lesse e non mi giudicò, sto pagando solo ora quel giorno in cui picchiai, lo sto pagando solo ora che non esco più di casa, non mi lavo più e mangio scatolette. Mi è venuta la febbre, ho preso l’aspettativa dal lavoro. Non so quanto durerà. So che il male ti ripaga con la stessa moneta. Lo sto imparando, la lezione me l’ha impartita l’uomo che viveva sotto le scale e Melania che non ho più rivisto.

Questo vuole essere un omaggio a Milena Agus, il testo che ascoltate è tratto da Mentre dorme il pescecane, il brano in sottofondo è Knives out dei Radiohead, arrangiata per "solo piano" dal compositore Christopher O' Riley.
E venne l'inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte alla nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell'inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un pò ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l'avrebbe ucciso a quel toro, al nostro toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Mia madre vendette la porchetta in città, lo fece al posto di mio padre e lui invece di farle i complimenti per il lavoro svolto, cadde nello sconforto. Lui, la gamba rotta, lo tenne fermo fino a quando l'albero oltre il cancello non cacciò i germogli. Mi trovai a fare la spola dalla camera dei mei e la stalla. Portavo colazioni, pranzi e cene a mio padre che per spirito di ribellione decise di non radersi più e la sua barba imbiancava e cresceva. Al toro nero portavo il fieno, ma anche lui sembrava risentito. Non vedere il suo padrone che lo chiamava con voce autoritaria lo aveva gettato in uno stato di prostrazione. Furono gli occhi del toro nero a dirmi che la primavera stava arrivando, si riempirono di grosse lacrime e si lasciò morire, non toccò più cibo e le mucche reclamavano senza ottenere alcunchè. Mio padre si riebbe, andò nella stalla- io aspettavo sulla porta, avevo tra le mani un sacchetto, una reticella piena di biglie colorate- salutò il suo toro nero oramai diventato un mucchio d'ossa. Lo sguardo tra il toro nero e mio padre fu prolungato e straordinariamente lento come se..., come se la vita intera fosse racchiusa tra i loro occhi. Il giorno dopo, il toro nerò era morto, la primavera arrivata e mio padre seduto sulla sedia di legno mostrava a mia madre le spalle più cascanti che avesse mai potuto portare, mentre lei, mia madre lo abbracciava standosene in piedi e in silenzio.
"Era l'ultima lite, almeno questo era chiaro. Ma benchè l'avesse presentita da giorni e forse da settimane, nulla poteva placare l'ondata di rabbia e risentimento che gli stava montando dentro. Era lei dalla parte del torto, e s'era rifiutata di ammetterlo. Ogni argomento che lui aveva provato a opporre, ogni suo tentativo di mostrarsi conciliante e ragionevole gli era stato distorto, contorto e ribaltato contro. "
Jonathan Coe.
Questo è il libro degli intrecci, questo è il libro nel quale: fate attenzione perchè ciò che succede nelle prime pagine ritorna nelle ultime. Questo è Coe, abile manovratore dei suoi burattini, l'ironia c'è tutta e anche la dissacrante visione della società moderna.
"Intorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c'erano alcuni dei suoi ex pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C'erano anche delle persone venute in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura."
Philip Roth.
Questo è invece il libro di un maestro, si narra della rappresentazione del dolore e della vecchiaia, si narra della vita di tutti con la semplicità e la maestria delle parole che ognuno di noi vorrebbe saper usare.
Venerdì quattordici dicembre alle ore diciannove presento "Dita amputate con fedi nuziali" al Vag 61 officina dei media indipendenti Bologna via Paolo Fabbri 110. Sarà presente Luigi Bernardi www.luigibernardi.com .
Il disegno è di Blu, visita il suo sito www.blublu.org
Recensione apparsa sul sito e sul blog della rivista Argo. www.argonline.it, Dita amputate con Fedi Nuziali (Giraldi, 2007)
Dove si annida l'animale se non tra le pieghe del reale? Dove nasce il magico ghigno rivelatore, se non nei meandri delle forme morbidamente e spigolosamente accatastate del nostro cervello? Nel suo libro d'esordio Dita amputate con fedi nuziali Giuseppe Merico gioca a trasmutare la realtà, alla ricerca del suo punto di rottura. Attraverso una trentina di racconti brevi e meno brevi, fissa nei suoi personaggi e nelle sue situazioni la presenza di elementi impercettibili che, grazie ad un quid "dissociante", diventano ponti di accesso verso il mondo invisibile, quello che esiste al di là dello schermo dell'apparenza. Le storie di Giuseppe partono a volte da situazioni banalissime, altre volte da situazioni paradigmatiche, o da ricordi e sensazioni segrete e private. La prosa è asciutta e martellante, soprattutto quando l'autore ha bene in mente il quadro, il pezzo di vita che vuole descrivere. Il ritmo segue l'interiorità del racconto, e crea immagini nette e vive, come in "Arcano", il resoconto allucinato di un sogno che affonda in una natura viscida e fangosa. Oppure in "Pastorale", la storia di un amore puberale. O in "Romeo", il racconto più bello del libro, dedicato ad un matto. Per tutta la raccolta si sente la lezione di Raymond Carver e il suo minimalismo che fa scintille. C'è un' attrazione in Merico per le situazioni quotidiani, semplici, verosimili, che non partono mai per la tangente del baroccume o del deformato ad effetto, ma che nella loro schiettezza baluginano di una strana luce, che squassa la normalità. Fra i testi merita di essere ricordato anche "Come poterne parlare", il racconto forse più grottesco della raccolta, che prevede una coppia di coniugi allo sbando, una banalissima amante ed un finale che agghiaccia. Le situazioni di coppia tornano ripetutamente nei soggetti di Dita amputate con fedi nuziali. Vedi i racconti "Carmela", "Stefania", "Fotografie", intrisi di emotività e capacità di percepire. In altri testi invece l'autore si perde un po', forse per colpa della eccessiva profusione di dettagli mal saldati tra loro, o perché la storia raccontata è in qualche modo estranea all'autore. Fatto sta che a volte nella ricerca artificiosa di effetto il racconto perde di coesione e scivola via. Le figure, i personaggi, i particolari che non nascono da una fantasia interiorizzata non hanno la forza di assorbire il lettore. Ma in altri racconti, come quelli già citati ed altri ancora quali "Fabio" e "Come poterne parlare", la scrittura di Giuseppe riesce a reggere il passo con la forza della sua immaginazione e al di là della realtà così semplice e quotidiana che fa sfondo a molte sue storie, si intravede una forza mitica, qualcosa di misterioso e di taciuto, che dorme dentro le cose, che tutti conoscono ma che nessuno preferisce pronunciare. Aspettiamo con gioia il prossimo libro di Giuseppe, che è in fase di pubblicazione. Più l'autore metterà a fuoco ciò che gli interessa realmente raccontare, più possiamo aspettarci delle storie capaci di penetrare nella testa del lettore, in quella parte di cervello dove pulsa la sua fantasia più confusa.
Marco Benedettelli