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Scritti e letti per voi da Giuseppe Merico.

Blogger: Cenresig
Nome: Giuseppe Merico
WWW.SCRIVOELEGGO.SPLINDER.COM LE RIFLESSIONI DI UNO SCRITTORE BISLACCO.
Giuseppe Merico, 1974. LIBRI: "Dita amputate con fedi nuziali" recensito da Luigi Bernardi, fondatore della collana Noir di Einaudi. Giraldi editore-2007. RACCONTI: "Romeo" sulla rivista Inchiostro, numero 5/6 ottobre dicembre 2005, "L'ospedale dei tubi chiusi" sul sito www.argonline.it-2007, "Il legame" sulla rivista Argo, numero 13, gennaio 2008, "Colline Cave" sulla rivista Argo, numero 14, luglio 2008 . RECENSIONI CARTACEE: INCHIOSTRO, numero 3/4 settembre novembre 2007, IL DOMANI di Bologna, novembre 2007. COLLABORAZIONI: Argo, rivista di esplorazione, addetto al settore narrativa.

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sabato, 23 febbraio 2008

L'ORA DI PARTIRE

faile2Se ne stanno lì già da un pò e ognuno pensa agli affari suoi. Il signore con la giacca sbottonata guarda l'Universo con i suoi pianeti che si eclissano e si eclissano, avvicendandosi. La signora Pina dall'alto cappello con l'orologio a cucù sferraglia la maglia e pensa al maglione colorato che regalerà a suo nipote, quello con il becco da uccello. Io spesso mi sono chiesto perchè ci facciamo del male, e ancora me lo chiedo. Il bimbo calvo continua a giocare con le sfere di vetro, roteanti. Tutte le parole collassano, i personaggi se ne vanno via e la mia domanda rimane appesa ai glutei e all'intransigenza del genere maschile. Forse che è ora di partire?

P.S. Vado in Salento, casa. Ci troviamo al mio ritorno. Saluti.

postato da: Cenresig alle ore 17:26 | link | commenti (12) | commenti (12) (pop-up)
categorie: viaggi, riflessioni, schegge
domenica, 17 febbraio 2008

IL COMPUTER NON CONOSCE IL VENTO

leigh6Su www.ibridamenti.splinder.com è stato selezionato e pubblicato nella rubrica Ibridaprosa il racconto riportato di seguito. La traccia del racconto è: L'amore virtuale.

Gelido come una pietra del paleozoico trovata sulle montagne presso il parco delle Madonie in Sicilia, qualche tempo fa, quando correva  tra il muschio e i sassi, muschio e sassi e nient’altro. Gelido perché è il suo nome, il suo nome di battesimo, inusuale certo, improbabile direte voi, ma questo è. Che abita in un sottoscala in via del Riccio a Bologna potrebbe essere un’iniziale informazione che ci aiuterebbe a capire quello che è accaduto a Gelido a seguito di un approccio mediatico con una utente della rete che non ha mai rivelato il suo vero nome, ha sempre usato un nickname, mi pare si dica così. Un nomignolo inventato dietro il quale celare la sua identità. Gelido no, il suo nome l’ha detto subito:-

Mi chiamo Gelido.

L’utente della rete che usava lo pseudonimo di “I cani si annoiano” gli disse che era un bel nickname. Gelido rispose che quello era il suo vero nome. “I cani si annoiano” rispose che, davvero, era un bel nickname. Gelido alla fine le disse che, era vero, era un bel nickname….

Avrete capito da queste prime righe che il rapporto tra Gelido e “I cani si annoiano” si dipanava “on line”, in linea, in rete e per chi di voi come me non fosse avvezzo a questi termini così di moda oggi, posso aggiungere che i due, Gelido e “I cani si annoiano” in realtà non si conoscevano o meglio stavano imparando a conoscersi tramite un media, quale può essere un computer e utilizzando una forma di comunicazione  anch’essa tanto di moda oggi, che prende il nome di “chat”. Tenendo conto che il rapporto mediatico-epistolare ebbe inizio il sedici luglio e terminò il tre gennaio dell’anno successivo possiamo ritenere che la conoscenza tra i due andò oltre la semplice curiosità. In questi cinque mesi i due si raccontarono inizialmente le loro vite, successivamente le loro aspirazioni e nel mentre parlarono del vento. Il vento si introdusse nella casa di Gelido in seguito alle ripetute considerazioni di “I cani si annoiano”. Riporto qui di seguito una breve conversazione avvenuta il tredici ottobre duemilasette tra i due:

I cani si annoiano:- Dovresti conoscere una parte di me che tengo nascosta.

Gelido:- Va bene, anche se credo di sapere tutto di te.

I cani si annoiano:- Certo, sai che preferisco il sushi alla pizza, che mi curo con la cucina macrobiotica, che il mio colore preferito è il blu e il mio film preferito è giustappunto “Blue” di Derek Jarman, che non prendo la pillola perché non voglio rimanere incinta ma che tanto non ci rimango, sai quando andrò al prossimo controllo dal ginecologo, sai che ho avuto un’esperienza lesbo, sai anche che non scopo da cinque mesi, che il mio cane ha un ascesso sotto la mandibola che lo fa sembrare un clown triste, sai che detesto i tacchi e sai che l’ultima volta che sono andata a trovare i miei li ho trovati morti a seguito di un incidente stradale. Certo, conosci tante di quelle cose di me, tranne il mio nome, come d’altronde io non conosco il tuo e…

Gelido:- Ma io mi chiamo Gelido!

I cani si annoiano: Sì, come no… Ma lasciamo perdere il tuo presunto nome. Quello che voglio dirti ora o non dirti e un’altra cosa, è importante capisci? E’ il mio segreto.

Gelido: Se è un segreto mantienilo come tale, no?

I cani si annoiano: Io mi scopo il vento. Ecco te l’ho detto. Adesso chiudo perché non riesco ad andare avanti, scusami Gelido, ora sai tutto di me. Ciao.

Gelido vide morire il “contatto”, e per “contatto” intendo un essere umano dietro a un computer, solo che il computer non lo sa che di fronte a lui c’è un essere umano, allora lo chiama “contatto” e quando il computer dice che il “contatto” è in linea, allora l’essere umano è vivo mentre se il “contatto” non è in linea, per il computer quell’essere umano è morto.

Seguirono altre comunicazioni in chat tra Gelido e “I cani si annoiano” e da queste emerse che la ragazza- la cui età credo si aggirasse intorno ai diciotto anni, ma forse potrebbe averne di più o di meno e in questo caso dobbiamo fidarci delle informazioni riferite a Gelido- abitava all’interno di un faro e il cui nonno, della ragazza non del faro, ne era il custode. Accadeva che la ragazza, quando c’erano i marosi nel mar Adriatico e la terra non si vedeva più, usasse spogliarsi di ogni indumento e lasciare che le gocce delle onde le bagnassero il sesso, ma questo non le bastava, lei voleva il mare, ma voleva anche il vento, anzi riferì a Gelido che il mare era suo marito, ma il vento, cazzo, il vento era il suo amante. Allora apriva le gambe, stesa su uno scoglio e lasciava che tutta quell’acqua le bagnasse la vagina e che il vento spirasse con forza tra le sue gambe. Diceva che assieme, il vento e il mare, le facevano provare un orgasmo così tale che una volta perse i sensi e suo nonno dovette riportarla all’interno del faro tra le sue braccia.

Successivamente, la ragazza riferì a Gelido altri episodi singolari, gli raccontò che il vento la possedeva dall’età di dieci anni e che si insinuava tra i suoi glutei anche di notte, soprattutto in estate, quando lei dormiva con la finestra spalancata completamente nuda. Gli disse che le volte che il vento non c’era lei capiva dove era andato a infilarsi. Tra le gambe di altre ragazze, allora lei faceva la gelosa e capitava che si vestisse di nero, indossando maglie con le maniche lunghe anche d’estate, così che il vento capisse che lei era in lutto, arrabbiata e speranzosa che il vento tornasse.

Gelido dal canto suo non potè fare a meno di provare un crescente interesse nei confronti di “I cani si annoiano”. Lo incuriosiva questa storia del vento e non avendo una relazione che potesse chiamarsi tale, a volte andava a puttane sui viali, non aspettava altro che la ragazza si collegasse, ovvero diventasse viva per il suo computer, e gli parlasse di tutto, anche del vento che lui non era geloso, figuriamoci. Poi accadde… “I cani si annoiano” usò queste parole:- Caro Gelido, ho deciso di partire, ho deciso di farmi portare dal vento dove vuole lui perché i miei pensieri se ne stanno troppo stretti nella mia testa e vorrei che volassero come sacchetti della spesa sul mare e sulle città e nei vicoli e si infilassero nei tombini e spirassero tra le porte degli appartamenti. Sì, Gelido, ho deciso così. Addio.

Gelido inciampò sui tasti del computer, non riuscì a trattenerla, il contatto era già caduto, la ragazza non era più in linea, la ragazza per il computer era morta, la ragazza si lanciò in basso, dritta sugli scogli ai piedi del faro in una notte in cui le navi si tenevano lontane dalla scogliera tanto era forte il vento, la ragazza morì.

Il sottoscala in via del Riccio a Bologna è un locale angusto, solo una finestrella che dà sulla strada. Se ci si affaccia, Gelido può vedere i tacchi delle donne che vanno in ufficio, le scarpe da ginnastica degli studenti, le scarpe sguaiate degli anziani, le scarpe  eleganti dei professionisti, architetti, medici e avvocati. Un tentativo è un tentativo: Gelido spalanca la finestrella, è notte, in giro non c’è nessuno, nemmeno un scarpa, se ne sta nudo vicino al letto, i palmi delle mani aperti, le dita distese, un erezione graduale, lenta e calda, annuncia che il vento arriva anche lì, le tendine azzurre sono accarezzate e si muovono piano, soffiate dal vento e Gelido lo sa che il vento porta le voci dei morti e tra queste c’è anche la voce della ragazza che abitava nel faro. Gelido sorride, il suo computer non conosce il vento.

La frase “I cani si annoiano” l’ho presa in prestito dal racconto omonimo di Daniel Agami apparso sul numero dieci della rivista “L’orto”.

P.S. Se volete commentare "Il computer non conosce il vento", fatelo su Ibridamenti. Grazie.

postato da: Cenresig alle ore 13:19 | link | commenti (10) | commenti (10) (pop-up)
categorie: racconti
venerdì, 15 febbraio 2008

CHE IL DIAVOLO VI SI PORTI

a90e636cbb471df3a5c0698e33de714dAllora venni seppellito e con me i fogli dei quotidiani che non avevo mai letto, persino in bocca me li ficcarono e nel culo. Prima però, prima dell'esecuzione li vidi aggirarsi tra cumuli di "fumo", di film d'autore, di buone letture e buone recensioni, li vidi banchettare con organi crudi e sgorganti sangue, lo chef era Hermann Nitsch, potete immaginare. Quando si stancarono mi portarono, le mani legate, di fronte al muro, la faccia al muro, le mani al muro, il muro. Prima della benda sugli occhi riconobbi "Willy", il padre di mio cognato, era alto un metro e sessanta, forse meno, la coppola sulla fronte "Willy", che di nome faceva Guglielmo. Non mi ha mai detto se avesse sparato ai nazisti, solo lo vedevo guardare le colline inginocchiate di fronte alla cittadella di Camerino. Poi me lo ritrovai lì, accanto a me. Ci bendarono, la benda era nera come i loro cuori. Sentimmo i grilletti dei fucili e gli spari. Non morimmo subito io e "Willy". Spararono altri colpi, poi la morte giunse. Loro, gli eroi, i macellai, gli aguzzini, i critici, i laureati, i padri, i figli, le loro mogli, le loro troie, le loro tessere, tornarono alle loro case o dove il diavolo se li voleva portare.

postato da: Cenresig alle ore 12:21 | link | commenti (14) | commenti (14) (pop-up)
categorie: riflessioni, schegge
lunedì, 11 febbraio 2008

FANTASMA

flowerchuckerIo e i telefoni cellulari,

io e le file alla posta,

io e le bollette da pagare,

io e i brividi notturni,

io e la mia casa,

la mia casa e io,

io e i libri,

io e i dvd presi in prestito in biblioteca,

io con le mani sul cazzo,

io e le domeniche che non passano,

io e i tacchi,

non sopporto i tacchi,

io e i ringraziamenti annotati sul moleskine,

io e il mio computer,

ok computer,

io e le riviste di narrazione,

io e innumerabili caffè,

io e innumerabili sigarette,

io e l'indie rock,

io e l'indietronica,

io e scrivoeleggo,

io, fantasma agli occhi degli altri,

io con le dita ad uncino,

ad artiglio,

come i gatti

che si fanno le unghie

su pezzi di legno bagnati dall'umidità.

postato da: Cenresig alle ore 10:41 | link | commenti (11) | commenti (11) (pop-up)
categorie: riflessioni, schegge
giovedì, 07 febbraio 2008

SOMETIMES LOVE COMES

unoticeHo preso una manciata di falsi dei

facendone scempio

ed

ero atterrito,

atterrito

da me stesso,

unico testimone

della disgrazia in atto

percorsa da silenzi,

soprattutto silenzi.

Sometimes love comes:

Qualche volta l'amore viene.

postato da: Cenresig alle ore 23:10 | link | commenti (13) | commenti (13) (pop-up)
categorie: riflessioni, schegge
domenica, 03 febbraio 2008

L'UOMO DALLA SCHIENA DI RICCIO

hb20E tante cose come l’orologio appeso al muro mi fanno compagnia o le gocce d’acqua fuori dalla finestra ed è ancora grigio, è ancora presto, è ancora il momento della perdita, della ritirata.

Certe volte gli aculei che mi porto sulla schiena pungono e feriscono o uccidono.

Questa è la storia di come io non possa farci niente e di come lei sia venuta a casa mia per un the, ma state ad ascoltare:

Lavoro in un ufficio di una sfigata succursale che fa riferimento a una non meno sfigata ditta di import export, soprattutto giocattoli che compriamo dai cinesi, ci mettiamo il bollino della comunità europea, li camuffiamo quel che basta e li rivendiamo in Italia, ma sempre di materiale tossico si tratta, non conforme, non omologato. Lavoriamo ai confini dell’illegalità, ma fino ad ora ci è andata bene, nessun problema. Prendo l’autobus per tornare a casa che la macchina mi dà sempre problemi e se non è il carburatore allora sono le cinghie o qualcos’altro. Dunque autobus e ritorno a casa lungo la tangenziale con le fabbriche soffocate dalla nebbia della pianura Padana, il mare piatto del centro Italia. Sono a casa per le cinque del pomeriggio, apro il portone, apro la buchetta della posta, trovo una lettera. Quello che penso salendo le scale non ha importanza o forse sì, diciamo di sì. Quello che penso salendo le scale si rifà al calore emanato da un oggetto inanimato quale una lettera inattesa trovata nella buchetta della posta. La lettera porta scritto il nome di Marie, nient’altro. E qui la descrizione del mio appartamento, ma fate voi, metteteci quello che vi pare nel mio appartamento, tanto a me va bene lo stesso. Apro la busta, vengo a sapere da Marie che più e più volte mi ha aspettato all’uscita del mio ufficio, dice che io non mi sono mai accorto della sua presenza perché lei è brava a nascondersi, continua dicendo che nascondersi è la cosa che sa far meglio. Dice di conoscermi. Continuo a leggere. Marie scrive che  solo dopo una lunga e ragionata riflessione ha preso la decisione di scrivermi. La lettera non dice molto altro. Mi saluta con un “baci, Marie xxx”.

Tutte le mie camicie sono strappate, gli aculei spuntano all’improvviso e conoscendomi sono giunto alla conclusione che non posso provare emozioni, qualcosa come la rabbia o l’eccitazione o un eccessivo divertimento fanno sì che gli aculei spuntino fuori con forza. Sono sei, tre di qua e tre di là, ai lati della colonna vertebrale. L’uomo  dalla schiena di riccio. Sono diventato l’uomo dalla faccia di bronzo, impassibile alle battute dei colleghi, alla comicità di un film di Buster Keaton, alla suspense delle pellicole di Hitckock, alla struggente prosa di Melville. Nulla, io non provo nulla, solo mi alzo al mattino e vado a lavorare, ritorno a casa, cucino, me ne sto fermo in un qualsiasi punto dell’appartamento e quando sono stanco vado a dormire.

La mia ditta, la succursale che si trova alla periferia di Bologna, questa mattina è in fermento, dabbasso ci sono i ragazzi che portano in magazzino un nuovo carico di giocattoli colorati e mollicci. Al primo piano ci sono io che controllo i numeri di serie delle bolle di accompagnamento del carico. Mi destreggio tra gli ideogrammi cinesi,  a me importa solo il numero progressivo: 001/2345- 001/2346-001/2347 e così via. Al secondo piano è in corso la trattativa tra il signor Hi Huan e il mio capo, il signor Foscarini di Anzola dell’Emilia. Roba che scotta. Il cinese, sono venuto a sapere dai colleghi, tira su il prezzo del carico di giocattoli, il signor Foscarini tira fuori la sua retorica da buon emiliano tutto sorrisi e pacche sulle spalle e nasconde la sua faccia da “adessotimostroiocometelamettoinculo”. Verso le tre del pomeriggio vedo uscire il signor Hi Huan accompagnato dal signor Foscarini, una macchina blu li aspetta nel parcheggio della ditta, immagino andranno assieme in un ristorante, la trattativa continua…

Solito autobus come un serpente d’acqua che solca la palude Emilia. Una nuova lettera nella buchetta della posta. La firma è quella di Marie, dice che anche oggi mi ha guardato e ha letto sul mio volto tutta la sofferenza che può provare un uomo anonimo come me che lavora in ufficio del cazzo. Ho apprezzato le sue parole, quelle di Marie intendo, perché è vero, io soffro, soffro come nessun’altro o forse sì, anche gli altri soffrono, ma chi lo sa, il dolore è talmente una cosa personale e ha differenti modi di infilarsi nella pelle che alla fine ognuno si tiene il suo. Quello che mi ha incuriosito delle parole di Marie è sapere come lei abbia fatto a scorgere sul mio volto impassibile una qualche forma di emozione, perché se l’avessi provata davvero la sofferenza,  gli aculei sarebbero spuntati fuori dalla mia schiena e lunghi e appuntiti avrebbero strappato la camicia e anche la giacca. Dunque Marie mente, la sofferenza che ha letto sul mio viso non è altro che frutto della sua immaginazione. Infilo la lettera nella busta bianca e la ripongo nel comodino, accanto al letto assieme a quell’altra arrivata il giorno precedente. Verso il minestrone liofilizzato nell’acqua che bolle, mangio e aspetto che venga domani. Fuori piove, si sente lo sgocciolio del buio liquido che si beve la città in un solo sorso e buonanotte.

Il signor Hi Huan di Taiwan e il signor Foscarini di Anzola dell’Emilia hanno cenato con le loro mogli presso il ristorante Diana in via dell’Indipendenza a Bologna. Alle ore ventidue e trenta hanno raggiunto un accordo sul prezzo della compra vendita di giocattoli. Sembrano soddisfatti entrambi e nutrono entrambi la convinzione di aver fregato l’altro. La moglie del signor Foscarini ha guardato per tutta la sera con occhi bramosi il diamante  della signora Hi Huan, lei dal canto suo ha invidiato per tutta la sera la statura non morale, né intellettuale, né tantomeno sociale della signora Foscarini, ma l’altezza in centimetri. Quegli irraggiungibili venti centimetri che le conferiscono l’aspetto di un fenicottero aggraziato, mentre lei, la signora Hi Huan si sente come un uccello d’acqua dalle zampe palmate e goffe. Quando i loro mariti sono scoppiati in una fragorosa risata cino-europea  anche le loro mogli hanno preso a ridere senza chiedersi il motivo, perché il motivo non ha importanza, se i loro mariti ridono allora va bene e non c’è niente di meglio che quando le cose vanno bene perché questo significa non avere rotture di scatole per un po’ di giorni. Dopo, entrambi, il signor Hi Huan e il signor Foscarini, ritorneranno a essere quelli di sempre, animali pelosi e insoddisfatti che ogni tanto urlano in casa o istigano alla violenza, perché non sono donne, perché hanno qualcosa dentro che li richiama alla guerra e non ha importanza se di fronte hanno la loro moglie o un loro sottoposto. La guerra è guerra.

In un’altra lettera firmata “Marie xxx” c’è scritto che lei rimarrà nascosta, ma le piace scrivermi, dice anche che le piacerebbe carezzarmi il collo, ma sa che questo non avverrà mai perché è lei che non lo vuole e se un giorno prendesse la decisione di farsi scoprire allora si sentirebbe in imbarazzo e ne morirebbe, dice proprio così, ne morirebbe se io rifiutassi un suo approccio umano. Siccome dice di conoscermi, sa già che il rifiuto sarebbe certo e automatico, allora decide di rimanere nascosta e invisibile che è la cosa che sa far meglio.

Oggi il signor Foscarini mi ha salutato con un buongiorno e io ho capito che tira buon vento per la nostra ditta, il signor Hi Huan è partito questa mattina dall’aeroporto Marconi, sua moglie ha comprato un paio di scarpe con il tacco da quindici centimetri per lenire il dolore che la sua statura le provoca al cospetto di donne più alte, le quali andranno a comprarsi un diamante che si avvicini se non completamente almeno in parte ai carati di quello portato dalla signora Hi Hiuan. Il gioco degli esseri umani. L’ho scoperta che mi guardava nascosta dietro a un grosso Ficus Benjamin vicino al distributore di caffè. Ho capito subito, quella è Marie, mi son detto. Lei ha capito che io avevo capito e ha fatto per ritornare nel suo ufficio, ma siccome non nutro emozioni sennò gli aculei vengono fuori, sono andato dritto da lei. Una donna comune con un vestito comune, un’intelligenza comune in un posto comune, questa è Marie. Le ho chiesto chi fosse, ma tanto lo sapevo chi era. Ha tirato fuori dei nomi: Annabelle, Stefanie, Angelique. Tutti francesi. Io le ho detto:-

Ne manca uno, non ti pare?

Lei ha abbassato gli occhi e ha sussurrato piano:-

Marie.                                                                   

L’aspetto sulla porta di casa, tanto sa dove abito, le lettere sono state recapitate personalmente, a mano. Marie non si è servita di un postino. Tra le braccia ho un ingombrante mazzo di fiori colorati e dall’odore nauseabondo. Arriva Marie, ha l’aria più comune che io abbia mai visto. Le do io fiori, li accetta di buon grado, ma storce il naso per via dell’odore nauseabondo. Entriamo in casa. Dice che il mio appartamento le piace, io penso faccia schifo perché ci vivo io. Mi dice che gradirebbe del the, sì, se ci fosse del the sarebbe perfetto, una tazza di the bollente con del latte è quello che desidera di più. Le dico di aspettare, vado giù e compro una confezione contenente cinquanta bustine di the inglese. Nel frattempo Marie gironzola nel mio appartamento e capisce quali sono i punti in cui io mi fermo a pensare o a non pensare, ad aspettare che venga domani, a non far niente. Lo capisce dal calore che quei punti sprigionano e sembra un cane che sente odori che non sentiamo o un gatto che guarda un punto e lì proprio in quel punto non c’è nulla, allora ti chiedi : Cosa starà guardando quel gatto. Così fa Marie. Lei gradisce il the, io gradisco la sua mano comune mossa da una spinta inattesa, la posa sulla mia coscia. Gradisco ma la fermo con la mia mano. Ho paura degli aculei, sento la schiena prudermi. Marie è italiana, Marie è francese, Marie non sa stare ferma con le mani. Il suo è un abbraccio dolce e cercato, studiato, immaginato, atteso, rivelato. Anche io l’abbraccio mentre sento lo “straaap” della camicia e la sua mano che mi cinge la schiena trafitta da un aculeo, quello superiore, le urla di Marie, i suoi occhi sbarrati nei miei occhi spaventati. Rimane intrappolata a me, vedo la pozza di sangue espandersi sul pavimento, l’aculeo deve aver trafitto un’arteria, Marie piange, urla, mi chiede di liberarla, la guardo fino a quando il suo volto non diventa bianco e lei perde le forze e rimane inginocchiata di fronte a me con il suo braccio teso in alto, ancorato alla mia schiena, gli aculei sono venuti fuori tutti e sei, nella loro lunghezza. La scelta di non liberare Marie, di lasciarla morire unita a me in abbraccio, mi rimanda al passato, a quand’ero piccolo e guardavo le lepri della provincia emiliana intrappolate nelle tagliole. Piangevano, emettevano strani versi animali, poi perdevano le forze, a volte ci volevano dei giorni. Morivano. Già allora i miei aculei spuntavano piccoli dalla schiena come fiere dal bosco che sono io.

A Serestella.

 

 

 

postato da: Cenresig alle ore 17:00 | link | commenti (13) | commenti (13) (pop-up)
categorie: racconti