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Aspettiamo i vostri testi sul terzo tema.
VOCI DELLA POESIA- IBRID@POESIA la nuova iniziativa coordinata da Marco Saya.
Terzo tema: Il tempo virtuale. (per dettagli e regolamento clicca qui).
Data di scadenza: entro e non oltre le ore 24.00 dell'11 maggio 2008.
mail di riferimento: ibridapoesia@yahoo.it
VOCI IN PROSA- IBRID@PROSA, la nuova iniziativa coordinata da Anna 58.
Terzo tema: Il tempo virtuale (per dettagli e regolamento clicca qui).
Data di scadenza: entro e non oltre le ore 24.00 dell'11 maggio 2008.
mail di riferimento:ibridaprosa@yahoo.it
Collaborano alle due iniziative e rilanceranno sul proprio sito [ a propria insindacabile scelta ] alcuni dei testi tra quelli selezionati da Ibrid@menti.
Rilanciamo queste due iniziative nei nostri blog: Ibridamenti vive della rete che sappiamo creare ;-)
Lettrici di bibbie, sieropositivi con cappelli da baseball, malati oncologici, zingare colorate che mangiano mele, il tale calvo con l'addonme incipiente e gli occhiali per curare la miopia, bevitrici di acqua, la donna scoliotica con le vene fragili sulla mano e il grosso anello al dito, i pakistani dal sorriso da paraculo, la ragazza col trench color panna e i calzini neri e le scarpe da uomo (Style), il sessantenne coi genitali da toro, il padre di famiglia col culo da scimpanzè, teste che pesano più di venti chilogrammi, il barbone che ti chiede moneta e dice:- Italia uno!- l'autista dell'automobile coi vetri oscurati, le ragazze griffate, genitori o medici o avvocati, col naso all'insù, i baristi con la divisa da baristi da Terzi in via Oberdan, uomini più alti di me con capelli corti e brizzolati, la donna bassa un metro e mezzo con la gotta e anche senza gotta alta comunque un metro e mezzo, la donna, superati i cinquanta, con la cavigliera argentata che parla al telefono (ino), la ragazza, le ragazze che masticano chewing gum, i venditori in via Altabella con occhi da fiera (animale), il ghigno del tuo coetaneo con più soldi e si presuppone con più intelletto di te, l'uomo che peserà sì e no cinquanta chili, scolioticolordosicocifosico, quello che a sentir lui, ti sparerebbe subito, la spallata del maschio (Uhuhuh), la sessantenne con gli occhiali dalla montatura bianca e il foulard bianco, azzurro, rosso, la barca a vela ormeggiata in qualche mare o porto che chi sa come si distingue la prora dalla poppa me lo dica (Grazie), la over size (scusate l'inglese e con il sopramenzionato "Style" siamo a due!) vestita di nero, di nero vestita che il nero smagrisce, gli occhi azzurri dell'uomo di Albione con annessa signora, lo studente, gli studenti. Signori, voi tutti che siete giunti fin qui appresso a questa modesta lista di deportati all'esistenza, signori, la gente fa paura.
N.B. L'immagine riprodotta è la copertina di THIRD, terzo album dei PORTISHEAD.
"Alba la presero in duemila il 10 ottobre
la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944
anche la disperazione impone dei doveri
e l'infelicità può essere preziosa
non si teme il proprio tempo è un problema di spazio."
Le parole di Ferretti,
la foto di Fenoglio,
la mia memoria.
Tu hai perso la ragione, non andare per strade trafficate a cercarla, non andare negli spazi bianchi di cruciverba per professionisti, non andare sui tasti neri di pianoforte.
Se ne stava seduta con un bicchiere in mano, la bibita ghiacciata non era buona adesso, troppo ghiaccio, avrebbe aspettato un po’, avrebbe guardato quel tale con la giacca nera, lui se ne stava alla fermata del ventisette, lei alla fermata dei suoi giorni. Tutti i pensieri erano confluiti nell’attimo presente, le trecce di bambina, i sogni nel pozzo. Lei, le aveva telefonato Marco, le aveva dato appuntamento al bar De’ Paoli, lei aspettava. L’uomo in giacca alla fermata sta scrivendo su un taccuino blu:
Tu hai perso la ragione, non andare per strade trafficate... (N.d.A. vedi sopra, prime tre righe)
Si ferma, accoglie lo sguardo di lei che sta aspettando Marco, che non si vede, che non verrà. Lui va da lei, la penna in mano. Lei, la ragazza, lo vede arrivare. Non ci sono domande nella sua testa, nella testa di lei. Non si chiede nemmeno perché il tale le afferri il braccio e senza dire una parola, le scriva una parola, sul braccio, il braccio di lei. Lei muta:
Il pianoforte sei tu, lascia che ti suoni.
Lei, la ragazza sorride. Lui, no. Lui ritorna alla fermata, sale sull’autobus, senza voltarsi, nemmeno una volta, la penna tra le mani. L’autobus è affollato, ma un pezzo di plastica grigia come può non invitare la sua penna a scriverci sopra:
Le genti vanno, senza sapere dove andare.
La ragazza rimane al bar per un po’, la bevanda, il ghiaccio si è sciolto. Va in via Fondazza, prende l’auto, fa manovra, avanti, indietro, il caldo è soffocante, preme sui finestrini, occhieggia come un corvo, come un polipo, il caldopiovra.
L’uomo con la penna raggiunge la periferia est della città, vede un prato, lo vede dall’autobus, scende, ci si getta dentro, proprio dentro, dove sono le radici dei fili d’erba, anche la sua penna è un filo d’erba. Scrive nella terra, scrive:
Terra.
La penna non scrive sulla terra, tra le zolle, la parola rimane tra i fili, la parola, rimane nella testa, allora lui la urla, una massaia dalla sua porta, il casolare, lo guarda, pensa sia matto.
La ragazza dentro l’automobile ha una scritta sul braccio. Torna a casa con la sua scritta, apre la porta con cautela. All’interno nel buio ci sono i corpi di animali vivisezionati per il laboratorio di ricerca al quale lavora. Marco è il suo collaboratore. La ragazza con la scritta sul braccio guarda un occhio spento, vitreo di un porcellino d’india, gli aspiratori portano via il tanfo dalla stanza, dalla casa. La ragazza abbraccia una gabbia, un topo tagliato a metà se ne sta dentro, il sangue si è rappreso.
L’uomo con la penna sa cosa dire, le sue parole arrivano al casolare, la massaia entra dentro, impaurita. La sua penna, la penna di lui non può scrivere una parola così tremenda, sono le sue labbra a pronunciarla:
Mostro! Mostro! Mostro!
La ragazza con la scritta sul braccio, abbracciando la gabbia, sussurra piano, tra le labbra:
Mostro….
Vedete, io non credo molto a quella cosa appiccicosa che molti chiamano amore, a me, nella sera restano in mano solo i sassi che non ho lanciato e uno scritto sguaiato che fa press'a poco così:
Vieni livida Luce,
i miei passi sono tasti dolenti,
lettere che non so scrivere,
parole che non sanno parlare.
Vieni vivida Luce,
i miei battiti
stanno
nel cuore,
un cuore malato.
Vieni Luce,
nel sogno di Alessandro,
vieni a ringraziarmi che non sono un fascista,
che so ascoltare il piano
e
mandare affanculo gli idioti.
Vieni Luce
con l'accolita dei rancorosi,
con Starbuck, il mio eroe,
con Parigi, quand'ero solo,
con me che ci credo solo io.
Vieni e spazzali,
Luce.
Che non resti nulla,
nemeno come rovine romane,
nemmeno come le pietre del Salento,
nemmeno come un granello,
nemmeno come quello.
Vieni Luce.
(Musica di Yann Tiersen)
Come quando le elezioni finiscono, come quando te ne stai lì e non capisci bene cosa è successo, così si sente l’uomo smilzo all’angolo della strada. La via coi sampietrini si chiama via Oberdan ed è spazzata dal vento di aprile, l’uomo smilzo si chiama Janos ed è spazzato dai dubbi. Crede di aver fatto una pessima figura con la segretaria dell’ufficio nel quale si è recato per cercare lavoro. L’ufficio di collocamento era stipato di nordafricani con le mani lunghe e neri d’Africa con le labbra grosse. Quando è toccato a Janos, lui si è seduto, ha risposto alle domande della segretaria, in realtà un’addetta all’ufficio, ma per Janos è, e rimarrà una segretaria. Quando la ragazza che masticava una gomma dall’odore sgradevole ha chiesto a Janos se gli andava bene lavorare in ufficio, lui ha risposto di sì, pensando al suo diploma di commercialista.
- Va bene, quando inizio?
- La ditta ha bisogno dalla prossima settimana.
Janos ha pensato al suo cardigan e ai suoi pantaloni di fustagno, sì, avrebbe indossato quelli il suo primo giorno di lavoro.
La segretaria, secca:-
Gli abiti da lavoro glieli daranno lì, il giorno stesso.
Janos ha risposto che se li sarebbe portati da casa gli abiti, i suoi vestiti.
La segretaria gli ha detto che la ditta di pulizie gli avrebbe fornito una bella tuta dal colore blu, con le tasche laterali sui pantaloni. Anche le scarpe gli avrebbero dato, quelle antinfortunistiche.
Janos è magro e agli occhi delle donne che hanno mariti avvocati appare sguaiato, come se fosse uscito da un brutto posto. Capisce di aver frainteso, capisce che avrebbe fatto le pulizie, non si sarebbe seduto dietro una scrivania e il suo diploma sarebbe rimasto inutilizzato e dimenticato nella cassapanca in camera da letto.
La via è strappata dal vento, gli occhi guardano i muri sollevarsi, le vetrine dei negozi esplodono, il lavoro aspetta, la prossima settimana non è lontana, ma questi sono solo pensieri, in realtà le persone attorno, quelle in strada muoiono, stanno morendo, arti volano disarticolati, una bambina urla, la madre viene scagliata contro un muro, la testa le si apre come un melone maturo, l’onda d’urto fa volare Janos, si solleva da terra di un paio di metri e compie una parabola che lo fa atterrare, rompendogli il collo, su un cassonetto della spazzatura.
I terroristi hanno usato i lanciarazzi, sono arrivati in centro dando ogni cosa per persa, per spacciata, convinti di poter vincere l’ultima battaglia. Si sono appostati in via Ugo Bassi, erano in tre, una telecamera ha notato il movimento dei balordi, i poliziotti sono arrivati e hanno iniziato a sparare, ma le bombe sono bombe e allora all’aria i poliziotti. Niente manganelli. Questa volta non hanno potuto usarli. I terroristi si sono fatti saltare in aria. I vetri della Feltrinelli sono implosi, il fumo si è levato alto e le fiamme hanno percorso tutta intera la via centrale come fossero lingue di drago. Janos è morto, molte altre persone sono morte. Le elezioni hanno avuto il loro vincitore, i terroristi le loro vittime. Tra un paio di giorni, l’ufficio di collocamento telefonerà a casa di Janos chiedendo dov'è finito e che lo aspettano per il lavoro. La moglie riattaccherà e l'addetta all'ufficio di collocamento si guarderà intorno confusa non capendo perfettamente cosa sia successo, cosa sia potuto accadere. Subito dopo la moglie e la figlia di Janos apriranno la porta ai parenti più stretti, li saluteranno tra le lacrime. I parenti e gli amici mostreranno un sincero cordoglio, per molti giorni ancora si parlerà dell’attacco terroristico avvenuto a Bologna il venti maggio duemilaotto. I responsabili dell’accaduto, si scoprirà, appartenevano a una fazione oltranzista della Lega Nord. Passerà un mese.
Un mese è passato:
Verona, c’è un concerto, il bel canto all’Arena, il timer è innescato, la musica attacca, l’attacco anche, le bombe deflagrano, le teste si staccano dai corpi, le fiamme divampano, gli uomini muoiono. Muoiono tutti. Il concerto salta letteralmente in aria.
L’attentato sarà rivendicato dagli esponenti più radicali del movimento antifascista.
La moglie di Janos è rimasta vedova. E’ una bella donna, porta i capelli corti, le è facile indossare il casco per evitare i manganelli dei poliziotti, la figlia rimane in casa con il fratello di Janos che guarda la manifestazione in tv mentre si rolla una canna d’erba. La moglie del defunto Janos, si chiama Elena, è una guerrigliera. Fuori dalla città gli alberi hanno cominciato a gettare i germogli, qualcuno prepara i frutti, le api succhiano il polline, le farfalle vivono la loro breve vita. Le città, duemila e otto, vanno in fumo, una dopo l’altra, iniziando dal nord. Roma aspetta, i quotidiani vengono dati gratuitamente per strada. In Italia alla fine dell’anno ci sarà un colpo di stato, due anni dopo, si farà la fila con le tessere per il pane.
Gli Stati Uniti, ci definiranno un Paese pericoloso e noi tutti rimarremo nel giogo, stretti, stritolati come ammassi ammassati e in rovina.
Sono brevi e intaccati i legni di questa casa, ci venivo da bambino e me li ricordo da sempre così, vecchi. Gli armadi, ce ne sono due, uno in questa camera, uno nell’altra, le mensole nella cucina, vuote, desolate come navi alla deriva, l’equipaggio è morto. I letti, sono rimasti i letti, i materassi hanno fori sfilacciati dai quali escono le molle arrugginite, i topi hanno mangiato tutto, hanno cagato sui materassi e per terra e ovunque. Ci sono palline nere sul pavimento, a toccarle ti becchi la leptospirosi. Apro la finestra, la luce della città non entra, la casa la respinge. Ho trovato le chiavi di questa casa che mi è stata regalata, le ho trovate cercando altro. Vi hanno mai regalato un a casa? La figlia dei proprietari un giorno è venuta da me:-
Giuseppe, ti ricordi quando giocavamo in queste stanze? Ricordi quando smontavi i robot e non riuscivi più a rimontarli?
Le ho detto:-
Sì, Giusy, me lo ricordo. Eravamo piccoli.
Mi ha guardato un’ultima volta e mi ha dato le chiavi dove ha trascorso l’infanzia assieme ai suoi genitori, poi è andata via.
In una notte di luna piena, i genitori di Giusy si sono suicidati entrambi, hanno usato del cloruro di potassio, se lo sono iniettato nelle vene. Non hanno fatto niente di strano ho pensato io. Si erano solo stancati di vivere, accade così, ci si stanca e non si aspetta la fine che Iddio ha voluto, lo si frega, gli si fa lo sgambetto e quando lo si incontra, se è davvero così, gli si dice con tono enfatico:-
Noi? Noi niente a che a spartire con Te.
Ma è probabile che Lui vi risponda:-
Sbagliate, è così che ho deciso Io.
Allora serrate i pugni e gli date addosso, mentre vostra moglie cerca di tenervi calmi e fermi e buoni, imprecando:-
Per Dio, stai fermo, stai fermo!
Mi ha guardato un’ultima volta ed è andata via, ho saputo che lavora in Belgio, in una fabbrica di pile, penso alla sua vita, penso a come debba essere anonima, la vita di Giusy, ma magari mi sbaglio, magari lei svolazza allegra toccando con le dita nuvole di parole che escono fuori come sprazzi dalla bocca innamorata del suo uomo.
Faccio un breve giro nella casa dei genitori di Giusy, ma mi stanco presto, chiudo le finestre, tiro le imposte, vado via quasi correndo, chiudo la porta e riprendo a respirare.
Questo non è il tempo delle narrazioni,
le storie, al contrario
vanno in letargo col bel tempo.
Questo è il tempo dell'attesa,
dei miei capelli che crescono,
della barba che posso tagliare
o non tagliare
(Hei, tagliagli la gola!)
Il tempo determinato dagli accadimenti:
il cardiopalmo.
Dalle vanità:
ma non sai che faccio lo scrittore?
Dall'autoreferenzialità:
Ah sì, mi recensisce Pulp libri.
Dalla morte civile:
Berlusconi, Veltroni, Bertinotti, i socialisti.
No!
Questo è il tempo del bambino,
un bambino
con un coltello in mano,
di quelli appuntiti,
aspetta lì nell'angolo,
qualcuno,
qualcosa,
qualcuno,
qualcosa.
La "civetta blu" è un'illustrazione di Magira.
Per info: www.magira.altervista.org
Ridente primavera in odor di ska.