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Un pò mi gira la testa, un pò mi tocco la gola, un pò mi lascio pensare, un pò mi ritraggo. Poi riemergo e vinco.
Mi ha lasciato sul letto, gocciolante di sperma. E' andata via tirando fuori il profumo dalla borsetta, se n'è spruzzato una piccola quantità sul collo ed è andata via. La mia donna usa il profumo. Un profumo che sa di bacche, di corteccia degli alberi, di fili d'erba bagnati, di bava di lumache. Quando l'ho conosciuta pensavo non fosse vera, pensavo fosse una candela di cera e che come quella si sarebbe sciolta. Sarei stato io a bruciarla e passatemi questa triste metafora. Invece è lei che mi brucia, mi succhia i coglioni, mi dice che è la mia troia, poi mi guarda mentre dormo. Una volta me ne sono accorto. Ho fatto finta di dormire, non si stancava di guardarmi, è passato del tempo, poi rapita da un sogno solo suo, mi ha carezzato una guancia e al suo tocco mi sono addormentato.
Un pò mi gira la testa quando me lo prende in bocca e fuori non piove e non c'è il sole, solo i soldati che portano le armi, le portano in spalla e prima o poi ci scopriranno, verranno qui, nella mia stanza e ci porteranno via. E' già accaduto ad altri. Entrano e ti portano via, è la guerra.
Un pò mi tocco la gola, il proiettile del soldato è partito dalla sua pistola quando ho cercato di fermarli, poco prima che la violentassero, lei, la mia donna. In un angolo, il più grosso dei quattro della milizia le spingeva il cazzo in bocca, nerboruto, nervo, tronco, nella sua bocca serrata. La sua bocca non si è aperta, la sua fronte sì, le hanno puntato la pistola alla testa e hanno fatto fuoco, poi hanno sparato a me. Un pò mi tocco la gola, un pò il sangue che scorre caldo.
Un pò mi lascio pensare dai voi che vivrete, voi che la guerra non vi ha toccato, voi che non conoscete l'uomo.
Un pò mi ritraggo, la pressione nelle arterie crolla precipitosamente.
Poi riemergo e vinco, perchè guardando la mia donna col cranio sfracellato e la mia gola ferita e il sangue che scoppia dalla carotide, premo il detonatore sotto il comodino e la carica posizionata sotto il letto fiorisce come la primavera e le fiamme che invadono la stanza sono rosse come le rose di maggio e le urla dei soldati sono canti di merli neri e la nostra morte è come l'alba con gli uccellini che cinguettano su fili di pali telefonici e la mia religione è la mia e quella dei soldati è la loro ed è per questo che noi muoriamo, assassini e assassinati, il sangue agli dei della guerra.
E poi sono regredito e sono tornate le cose di una volta... Lui ride, cade e ride e ditemi se è normale, se le mie giornate sono normali. Ditemelo voi che vivete fuori. Qui non siamo al buio, ma è come se l'oscurità della ratio ci avvolgesse sempre. Qui siamo in tanti, io non mi affeziono ai tanti, solo a qualcuno. Questo, lui, qualcuno, ha l'epilessia. Forse oggi ha avuto una lieve assenza, si chiama così, non proprio un attacco. Io mi affeziono a quelli che ridono, a quelli con l'epilessia. Ieri una mi ha detto che non provo amore. Se te lo dicono spesso allora finisci per crederci. Io amo i cani per esempio, sì e quelli che ridono, quelli che hanno l'epilessia. Qui non siamo al buio, ma è come se quelli che ti dicono che non ami, è come se quelli ti avvolgessero con la loro oscurità e la ratio rimanesse nascosta che tanto c'ha paura anche lei, di loro.
Il trenta maggio leggo a Verona, mi trovate lì con Argo.
venerdì 30 - Circolo Arci Pianeta Musica - via XX settembre 122 Vr -
dalle ore 17:00 aperitivi svariati
B.I.R.R.A.
bagarre internazionale di riviste alternative . Intervengono: Frenulo
a mano, L'accalappiacani, Traghetto mangiamerda, Eleanore Rigby,
Diario di Bordo e altre
Per info: www.birrariviste.it www.argonline.it
"Che mostro sono?
Che mostro sono?
E non so neanche farmi fuori da me!"
Marlene Kuntz
Le sere profumano di lavanda e muschio, gli erogatori di profumo entrano in azione dopo il calare del sole, così che Johnny tornando a casa può respirare l’aria artificiale che allontana gli effluvi malsani. La strada, le siepi, l’angolo con via della Salvezza, le rade macchine e il suo respiro all’interno della maschera antigas. Come dettato dalla legge entrata in vigore dopo l’ultima guerra, Johnny può togliersi la maschera perché gli erogatori hanno in dotazione un antivirale che allontana le possibilità di essere infettati dalle goccioline di Flugge degli Schizofrenici. Come una favola all’incontrario, gli Schizofrenici si allontanano con la sera, è il giorno il loro regno, è il sole che dà le visioni ed è nelle ore diurne che bisogna indossare le maschere antigas per non venire contagiati. Johnny, quest’anno ha gli esami di maturità, ha già ricevuto la lettera che lo chiama al fronte. La guerra è finita da due anni, ma i ragazzi vengono ancora arruolati come da decreto stipulato dal governo di Forza Nuova. Johnny ha studiato Dante e l’esame di maturità richiede una conoscenza dei gironi e delle bolge dell’Inferno. I canti affascinano la piccola testa di Johnny che si ritrova a camminare pensando a quando imbraccerà una mitragliatrice, a quando sparerà o non sparerà, è la potenzialità che lo affascina, lo seduce. Via della Salvezza è in fondo a via della Pietà, di fatto la taglia in due. Johnny torna da scuola, la maschera antigas penzola dalla sua mano destra, sembra un gatto morto e spelacchiato. Non c’è nessuno in giro, le case sono piene, le luci accese, è l’ora di cena. Incontrare uno Schizofrenico: Gli si para d’avanti, ha un sacco di juta che gli ricopre il corpo pieno di tagli, tagli di lamette sulle braccia, la bocca deformata da un trisma tetanico, un sorriso sbilenco, le unghie sporche e rotte, gli occhi allucinati. Johnny accellera il passo, lo Schizofrenico è scalzo, gli manca la forza del sole, la forza della visione, è rimasto solo, di solito si muovono in branchi. Prende a grattare con le unghie su un muro poco prima di via della Salvezza. Johnny non sa che fare, se rimettersi la maschera antigas. Dante alle porte dell’Inferno, così si sente Johnny ora che lo Schizofrenico gli si è avvicinato, ora che gli mette una mano sul collo, ora che Johnny è irretito, ora che lo Schizofrenico gli alita sul collo e Johnny non partirà più al fronte e non darà più l’esame di maturità, ora che lo Schizofrenico gli canta in un orecchio una canzoncina dolce che fa: “Una mattina, mi son svegliato, oh bella ciao, bella ciao, bella ciao…”. Le unghie dell’appestato premono con forza sul collo di Johnny. I manganelli delle pattuglie di Forza Nuova sono lontani, non qui, nessun aiuto per Johnny che morirà tra via della Salvezza e via della Pietà.
"La vedova bianca"
degli
After Hours.
Non più parole scritte,
ancora parole scritte.
Fatte le dovute presentazioni, mi sono seduto sulla sedia di pelle al centro dello studio. Lui mi stava di fronte e con fare accigliato mi chiedeva se avessi mai lavorato per una cosa del genere. Gli ho fatto di no con la testa, poi ho guardato la punta del mio mocassino destro, una foglia morta vi si era attaccata e me ne accorgevo solo ora. Fuori pioveva e il vento portava le gocce sulla finestra dai vetri oscurati del ventesimo piano del palazzo dove aveva luogo il mio colloquio di lavoro.
- Ha mai ucciso?
Mi ha chiesto accendendosi una sigaretta.
- Ah, mi scusi, la disturbo se fumo?
- No- Ho risposto.
- Capisco, non ha mai ucciso. - Ha continuato lui sistemandosi la cravatta blu sul grosso pancione fasciato da una camicia bianca.
- No, dicevo, non mi da fastidio se fuma… E comunque sì, ho ucciso.-
- Bene- Ha risposto lui lanciandomi un’occhiata penetrante e incisiva.
- Già.- Ho risposto io, voltando lentamente la testa verso la finestra.
La pioggia lavava i vetri e le miserie di questa città trafitta dall’odio, dall’ipocrisia e dalla mediocrità. La pioggia lavava.
Mi chiese quanto sarei stato disposto a perdere. Non gli risposi. Non cercò una risposta a tutti i costi. Cambiò argomento e mi parlò di sua moglie, che gli voleva bene, che lo aspettava la sera, che gli telefonava tutti i giorni alle otto quando lui arrivava in ufficio e alle cinque e mezza, poco prima che lui tornasse a casa. Mi disse che rivestiva il ruolo di direttore da una decina di anni e che vari, diversi si erano avvicendati cercando di toglierli la poltrona da sotto il culo, ma lui, lui li aveva fatti fuori tutti, li aveva uccisi tutti. Me lo disse con l’aria più tranquilla di questo mondo. Poi se ne stette in silenzio. La pioggia cadeva e non sembrava più lavare, ma cancellare.
Sentivo la tensione salire, sarebbe accaduto, stava per succedere e io ero lì e non potevo farci nulla. Quell’uomo, il direttore dal grosso pancione mi avrebbe assunto e dato un incarico o in seconda istanza mi avrebbe licenziato sul colpo.
Mi chiese di procedere.
Mi abbassai, afferrai la mia valigetta, la cerniera fece “ziiiip”.
La stessa cosa fece lui.
Mise sulla scrivania il suo robot, un fantastico Gundam munito di scudo e tutto il resto. La pioggia non lavava, non cancellava, era pioggia e nient’altro. Tirai fuori dalla valigetta, il mio Mazinga Z. Il suo robot superava il mio in altezza e in robustezza, ma il mio Mazinga Z ne aveva vinte di battaglie. Il direttore fece il verso di uno sparo e la nostra battaglia cominciò. Uccidere o essere uccisi. La pioggia smise di cadere, la nostra battaglia continuò sul tappeto dello studio e ve la potete immaginare la scena: Il direttore col suo grosso culo e il pancione fasciato dalla camicia bianca che si nascondeva col suo Gundam dietro un alto Ficus Benjamin mentre io sparavo raggi fotonici dal centro della stanza proprio sotto il lampadario con le gocce di cristallo e il tappeto damascato.
Scende la sera sulle colline, la notte la segue e ha l’aspetto di un monaco penitente. La finestra della casa manda una luce fievole e ingannevole, tremolante, nello spazio attorno. Il vento si leva a tratti, il suo pianto sommesso smuove la porta della casa. C’è un cane alla catena nel cortile della casa, sbava, digrigna alle ombre degli alberi, poi si stanca e torna nella sua cuccia fatta di cartone pressato. La notte è arrivata e non è più monaco ma schiera di cavalieri su cavalli neri. Nitriscono alla luna. La luce nella casa si spegne. Le colline sono buie, la notte è buia, gli alberi sono in lutto e il vento ha smesso di piangere. Il tempo si dilegua, il mattino arriva come un bimbo che fa gli scherzi. All’interno della casa c’è un uomo di mezza età, è seduto su una poltrona logora. All’interno della casa c’è una radio che trasmette le notizie dal fronte, dice che gli alleati stanno arrivando. Stanno arrivando. L’uomo è crollato sulla poltrona, ha trascorso lì la notte, il suo ventre è squartato, il suo grosso ventre. Gli intestini sono scivolati sul pavimento, la pozza di sangue si è raggrumata ai suoi piedi. Vicino la porta c’è una forma piccola, guarda l’uomo sventrato, si lecca le sue dita unghiute, ha la bocca, i denti sporchi di sangue umano. La forma piccola apre la porta, i raggi di sole la invadono, la illuminano di luce nuova. La forma piccola saluta il giorno mentre al fronte gli alleati arrivano e il cane alla catena ha ripreso a sbavare e a ringhiare.
Domani sono ospite a un corso di scrittura tenuto da Eleonora Buratti, a Bazzano (Bo). Parlerò della mia esperienza di uomo scrivente, leggerò un paio di mie short stories e qualcosa di Raymond Carver. L'ospite ha le gambe lunghe, l'ombra di esse si riflette sui muri prima che lui, l'ospite appaia, gli altri tremano, qualcuno se la fa addosso, le donne partoriscono feti morti, la luna scompare rapita dalle nuvole. L'ospite è troppo alto per entrare dalla porta, allora si piega, si fa in due, in tre, in tante pagine che ricomponendosi formano un libro che gli altri leggeranno. Ecco allora la mia trasformazione, la metamorfosi, l'ospite starà bene lì, sui vostri comodini.
Il blog di Eleonora è : www.ilterzodesiderio.blogspot.com
Noi abbiamo bisogno del contatto con le spighe che ci carezzano
i palmi delle mani...
Immagina un mondo
così pieno di stimoli
vocali,
sonori,
uditivi.
Immagina la capsula che t'incamera dentro.
Le stelle non sono nuove,
gli atlanti già esplorati.
Immagina l'inettitudine
del cosmo,
le sue alterità,
le sue rovine.
Immagina di non immaginare,
forse è un pò come sapere...
Strisciamo contro
i muri.
Strisciamo contro
i muri.