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Fatte le dovute presentazioni, mi sono seduto sulla sedia di pelle al centro dello studio. Lui mi stava di fronte e con fare accigliato mi chiedeva se avessi mai lavorato per una cosa del genere. Gli ho fatto di no con la testa, poi ho guardato la punta del mio mocassino destro, una foglia morta vi si era attaccata e me ne accorgevo solo ora. Fuori pioveva e il vento portava le gocce sulla finestra dai vetri oscurati del ventesimo piano del palazzo dove aveva luogo il mio colloquio di lavoro.
- Ha mai ucciso?
Mi ha chiesto accendendosi una sigaretta.
- Ah, mi scusi, la disturbo se fumo?
- No- Ho risposto.
- Capisco, non ha mai ucciso. - Ha continuato lui sistemandosi la cravatta blu sul grosso pancione fasciato da una camicia bianca.
- No, dicevo, non mi da fastidio se fuma… E comunque sì, ho ucciso.-
- Bene- Ha risposto lui lanciandomi un’occhiata penetrante e incisiva.
- Già.- Ho risposto io, voltando lentamente la testa verso la finestra.
La pioggia lavava i vetri e le miserie di questa città trafitta dall’odio, dall’ipocrisia e dalla mediocrità. La pioggia lavava.
Mi chiese quanto sarei stato disposto a perdere. Non gli risposi. Non cercò una risposta a tutti i costi. Cambiò argomento e mi parlò di sua moglie, che gli voleva bene, che lo aspettava la sera, che gli telefonava tutti i giorni alle otto quando lui arrivava in ufficio e alle cinque e mezza, poco prima che lui tornasse a casa. Mi disse che rivestiva il ruolo di direttore da una decina di anni e che vari, diversi si erano avvicendati cercando di toglierli la poltrona da sotto il culo, ma lui, lui li aveva fatti fuori tutti, li aveva uccisi tutti. Me lo disse con l’aria più tranquilla di questo mondo. Poi se ne stette in silenzio. La pioggia cadeva e non sembrava più lavare, ma cancellare.
Sentivo la tensione salire, sarebbe accaduto, stava per succedere e io ero lì e non potevo farci nulla. Quell’uomo, il direttore dal grosso pancione mi avrebbe assunto e dato un incarico o in seconda istanza mi avrebbe licenziato sul colpo.
Mi chiese di procedere.
Mi abbassai, afferrai la mia valigetta, la cerniera fece “ziiiip”.
La stessa cosa fece lui.
Mise sulla scrivania il suo robot, un fantastico Gundam munito di scudo e tutto il resto. La pioggia non lavava, non cancellava, era pioggia e nient’altro. Tirai fuori dalla valigetta, il mio Mazinga Z. Il suo robot superava il mio in altezza e in robustezza, ma il mio Mazinga Z ne aveva vinte di battaglie. Il direttore fece il verso di uno sparo e la nostra battaglia cominciò. Uccidere o essere uccisi. La pioggia smise di cadere, la nostra battaglia continuò sul tappeto dello studio e ve la potete immaginare la scena: Il direttore col suo grosso culo e il pancione fasciato dalla camicia bianca che si nascondeva col suo Gundam dietro un alto Ficus Benjamin mentre io sparavo raggi fotonici dal centro della stanza proprio sotto il lampadario con le gocce di cristallo e il tappeto damascato.
