“And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon's that is dreaming.”
The raven, Edgar Allan Poe.
Maestoso come qualche altro corvo cantato da un narratore di nostra conoscenza che scriveva in tempi in cui la letteratura era tutt’altra cosa, maestoso come quello, il nostro corvo si alza in volo. Dispiega le ali nere e lucide e si posa mollemente sul davanzale al secondo piano di Villa Lipparini. Se ne sta lì, inclina la piccola testa ossuta e guarda dentro, al di là del vetro, il letto di morte del signor Aleardo.
- Avvicinati- dice Aleardo al bambino dai capelli neri e lo sguardo incuriosito. Il bambino indugia per qualche secondo, poi si porta vicino al grosso letto dov’è disteso il suo grosso nonno. Aleardo ha gli occhi azzurri come la carta da zucchero, i capelli- ancora tutti, bianchi e lisci, gli cadono sulla fronte ampia come stelle filanti- la nuca morbida poggia su due comodi guanciali con lo stemma di famiglia ricamato in caratteri dorati, un corvo su un ramo di quercia.
- La morte non fa paura, figliuolo- dice Aleardo con la voce inseguita dall’affanno.
Il bambino non sembra afferrare le parole del nonno, Aleardo se ne accorge e sorride. Continua:- Davvero figliuolo, la mia morte è un passaggio, una porta finora chiusa che si apre e io ci passo attraverso come fai tu quando apri la stanza dei giochi, ecco… uguale. Io sto per aprire la porta della mia stanza dei giochi.
Il nipote di Aleardo non ha l’età per comprendere. I suoi cinque anni, cinque come le dita di una sola mano, non rendono possibile la razionalizzazione di un concetto così alto e astratto come la morte. La stanza dei giochi sì, quella la capisce. Per questo sorride e aspetta.
Fuori il giorno sta per finire, la luce da perpendicolare si fa trasversale e taglia le forme degli alberi nel giardino, il corvo nero sul davanzale e il nipote di Aleardo ascoltano pazienti una piccola storia che ebbe inizio un giorno di giugno di tanti anni fa:
- Io sono stato un bambino proprio come te- dice Aleardo guardando il nipote dritto dritto negli occhi- ma le cose erano diverse un tempo, erano diverse le persone, diversi gli odori, diversi i colori e diverso era anche il pane che mangiavamo. Il pane, oh come lo ricordo bene, il pane che faceva mia madre. Avevamo un piccolo forno sul retro e mia madre, la tua bisnonna, correva avanti e indietro a infilare piccoli panetti poco salati di farina lievitata. Il pane di mia madre lo venivano a prendere anche i vicini e se lei non andava da loro a portarglielo, loro reclamavano, col sorriso, ma reclamavano. Glielo pagavano quel pane, erano disposti a pagare anche il doppio di quello che spendevano per comperare il pane dal fornaio pur di avere il pane che faceva mia madre. C’era la signora Mazzacurati che litigava spesso col marito, un omaccione burbero che per passare dalle porte doveva piegarsi. Il marito della signora Mazzacurati trascorreva molto tempo fuori, a caccia, con gli altri suoi amici cacciatori. Se ne stavano anche due o tre giorni senza rincasare. Poi accadeva che, così nel bel mezzo della notte, il signor Mazzacurati si facesse vivo. Entrava in casa facendo un baccano pauroso e svegliava la moglie. Lei sognava il sonno dei giusti e moriva dallo spavento quando vedeva che suo marito le lanciava addosso gli uccelli morti, la cacciagione, le sue prede. Allora ecco che il letto si ricopriva di fagiani, quaglie, starne, anatre e una volta anche un tacchino che chissà dov’era andato a scovarlo, il marito. Il signor Mazzacurati rideva e mostrava i denti come un orco e la povera moglie si ritrovava da un momento all’altro nel bel mezzo di un incubo fatto di piume, becchi rotti e zampe palmate di volatili sanguinanti.
Domani hai da cucinare, bofonchiava il marito.
La signora Mazzacurati si guardava attorno e non poteva far altro che piangere delle sue disgrazie. Quando la povera moglie dell’orco cacciatore si sfogò con mia madre, questa la ascoltò con il suo buon animo semplice, non disse molto, ma andò sul retro dov’era il piccolo forno e se ne tornò con un involucro di carta marrone contenente quattro piccoli pani. Li diede alla signora Mazzacurati e le raccomandò di mangiarli assieme al marito la sera stessa, accompagnandoli, perché no, alla cacciagione...-
Nella stanza del signor Aleardo scende la notte. Una cameriera entra silenziosa e accende le candele sul grosso comò così come vuole il vecchio che non ama molto le cose dell’era moderna come l’elettricità. Il bambino inatanto si è accocolato come un orsetto ai piedi del letto e ascolta la storia raccontatagli dal nonno, una storia d’altri tempi. Anche il corvo nero ascolta la storia appollaiato quieto sul davanzale della finestra e col suo colore si mescola al buio della notte.
- Il pane di mia madre salvò e- non mi chiedere come, il matrimonio della signora Mazzacurati. So poche cose al riguardo, solo, alcuni giorni dopo, la signora Mazzacurati venne a far visita a casa nostra e disse alla mamma che suo marito era cambiato. Davvero, era diventato un altro uomo, pieno di premure e la sua sete del sangue degli animali si era placata tant’è che quando la moglie gli lucidò la doppietta per la sua consueta battuta di caccia, lui le disse che anche gli uccelli erano figli di Dio e che mai e poi mai ne avrebbe ucciso uno che fosse uno.
In paese poi c’era anche uno strano tipo che tutti chiamavano Bestemmino, anche se non era il suo vero nome. Solo la madre sapeva come si chiamava quel povero ragazzo dall’aria tontolona coi capelli rossi, ma la madre che non era poi tanto una brava donna si era trasferita in un paese lontano assieme a un uomo molto ricco, lasciando Bestemmino in affidamento al sagrestano. Ecco, Bestemmino soffriva di una strana malattia. Gli accadeva che quando recitavano la messe, dovunque egli si trovasse doveva correre in chiesa e sproloquiare. La domenica la chiesa veniva chiusa dopo che tutti erano entrati e il parroco si accertava che Bestemmino, il suo figlioccio, se ne stesse ben lontano, ma poi succedeva che in un modo o nell’altro, Bestemmino riuscisse a entrare dai posti più disparati e impensabili: da dietro la sagrestia dove c’era una porta mezza scassata e una volta si calò anche dal camino della canonica.
- Pater noster qui est in caelis…- Diceva il parroco di fronte ai credenti.
-Ammazza il prete col culo grosso,- rispondeva Bestemmino sbucato dalla porta del retro, coperto di fuliggine dalla testa ai piedi.
Un’altra volta che il prete stava battezzando un bel pargolo dal caschetto biondo, Bestemmino riuscì a entrare e mentre il prete diceva:- Agnello di Dio Tu che togli i peccati del mondo…- Lui rispose che il caprone di Dio si era montato tutte le pecore del paese.
Bestemmino gettava nello sconforto tutti i credenti del paese e ormai si diceva in giro che fosse indemoniato.
Si arrivò a un punto tale che tutti i buoni Cristiani decisero di andare a seguire la Messa nel paese vicino; si svegliavano all’alba e percorrevano, chi a piedi chi in bicicletta, lo stradone che portava alla chiesa che non era infestata da quel diavolaccio di Bestemmino.
Il prete che pur voleva bene a quel suo figlio adottivo, era ormai giunto a un punto tale di disperazione che, dei suoi tre capelli che gli spuntavano dalla fronte, due gli erano cascati nell’acquasantiera e il terzo era diventato bianco.
Una domenica il prete se ne stava seduto da solo sulle scale della chiesa ad aspettare i credenti- ma di questi nemmeno l’ombra, c’era solo Bestemmino che aspettava l’inizio della messa guardando il prete con due occhi pieni di colpa perché sapeva che il malumore del prete era dovuto a lui. Passò la mamma, guardò il prete, guardò Bestemmino, guardò il buon pane che portava in un paniere e si fermò sulle scale della chiesa e insieme, i tre fecero colazione, mangiando pane asciutto mentre un corvo nero nero assisteva alla scena dall’alto, sulla croce della chiesa. Da quel giorno Bestemmino divenne un bravo chierichetto e la sua confessione di tutte le bestemmie durò due giorni interi, ma il prete lo perdonò e Dio anche.-
Il piccolo bambino si è ormai addormentato sul letto di Aleardo, il corvo invece continua ad ascoltare la storia.
Aleardo guarda il corvo fuori dalla finestra, sospira e continua:-
Il pane della mamma era miracoloso, risolveva i problemi e portava la pace tra gli uomini e questo lo sapevano ormai tutti nel paese tant’è che era giunta la voce anche a un corvo nero che sempre più spesso seguiva la mamma nei suoi spostamenti, la guardava di nascosto mentre faceva il pane, le volava sopra mentre stendeva il bucato, mantenendosi però sempre a una certa distanza. La mamma aveva notato il lugubre uccello, ma non faceva nulla per scacciarlo, talvolta lo guardava e gli sorrideva, allora il corvo gracchiava spazientito e volava via... Una volta la mamma offrì il buon pane a un signore che tutti conoscevano per essere un astioso. Aveva un caratteraccio tale che le donne quando lo vedevano cambiavano strada. Il signore vestiva di nero e anche se c’era il sole, nella sua testa pioveva. Se qualcuno gli chiedeva:- come stai?- Lui rispondeva che stava male e che sarebbe stato peggio dopo quella domanda. Il signore dal vestito nero metteva in imbarazzo tutti ed era noto perché nemmeno la sua ombra gli era amica, infatti quando la giornata era soleggiata lui non usciva proprio per non dar soddisfazione all' ombra che si rifletteva sui muri o sull’acciottolato. La mamma mossa da compassione si presentò a casa del signore vestito di nero, subì i suoi insulti e i suoi improperi per circa un paio d'ore filate:- E cosa sei venuta a fare brutta strega? E ritornatene a casa tua che qui non c’è niente che io ti possa offrire se non le mie maledizioni.- Diceva il signore vestito di nero. La mamma gli rispose che avrebbe accolto di buon grado tutti gli insulti, ma il signore vestito di nero in cambio avrebbe dovuto accettare un piccolo panino bianco e poco salato. Il signore vestito di nero non disdegnò la proposta della mamma, la insultò a dovere, ma si rivelò onesto perché alla fine, quando alla mamma scorrevano le lacrime sulle guance tanto l’aveva insultata, egli mangiò il panino. Si dice in paese che il giorno dopo, il signore vestito di nero non vestiva più di nero e le ragazze quando lo incontravano non cambiavano più strada anzi erano terribilmente attratte dalla sua aria così bohemien…
Anche questa volta il corvo seguì mia madre, la aspettò fuori dalla casa del signore vestito di nero e le volò sul capo per tutta la strada fino a quando mia madre non rincasò. La mamma era una donna rara, non so chi le avesse insegnato la ricetta del buon pane, non so chi le avesse regalato una bontà così grande da distribuirla a tutto il paese e non so nemmeno perché la mamma diede un pezzetto di pane al corvo nero. Egli le si avvicinò planando come un grosso aquilone dall’alto, prima timoroso poi via via più affabile, beccò il pane direttamente dalle mani della mamma. La guardò negli occhi e sembrava volesse ringraziarla, il corvo nero che tutti scacciavano perché portava le sciagure nelle case, abitava i cimiteri e si nutriva di carogne.
La mamma mi disse che quel corvo mi avrebbe seguito e protetto per tutta la vita e adesso che lei non c’è più e io sto per andarmene lui è ancora qui, lo vedi?-
Il bambino non risponde alla domanda del nonno. Dorme con la testa posata sulla pancia del vecchio, la candela tremola, la luce nella stanza si fa fioca. Il corvo nero aspetta sul davanzale, il respiro del nonno si fa distante. In pace, Aleardo chiude gli occhi per non riaprirli più se non in un altro mondo, il bambino continua a dormire mentre la candela, come spinta da un vento invisibile si spegne e il corvo nero vola via dispiegando le grosse ali tra il lucore delle stelle e nessuno di noi sa dire se i suoi piccoli occhi abbiano versato una lacrima sulla terra che ormai si fa lontana.