IO STO BENE. GIOVANNI LINDO FERRETTI. (Libero adattamento di Giuseppe Merico)
Quello fischiettava una canzone d’altri tempi…: ”Che io ti penserò…Ovunque tu sarai, mia…”, la sala d’attesa era vuota di presenze corporee, solo fantasmi, ogni tanto se ne alzava uno dal bordo del muro, senza forma, solo un lembo d’ombra che si stagliava nel bianco, lui lo vedeva, lo seguiva con lo sguardo e non faceva una piega. Il fantasma planava piano sul muro bianco, non si fermava mai e andava ad infilarsi nella porta, ci passava attraverso o meglio, si fondeva con essa. Nel suo cappotto blu, lui, se ne stava sulla sedia immobile, irretito, non presente o quasi mezzo assente, trent'anni, mani tremanti, visionario, in attesa di entrare nello studio medico psichiatrico del dottor Ghini. Come ci era arrivato non era un mistero nè per lui, nè per la sua famiglia, nè tantomeno per i suoi conoscenti, forse lo era per i suoi lettori, ma quelli si sa pensano solo a leggerne le parole su fogli numerati e che siano tante e che siano fitte e che siano pregne di contenuto e che non ci si stanchi, che non ci annoii; insomma lettori. L'operaio continuava a canticchiare: "...Amooore..Che io ti penserò...". Fuori la giornata autunnale sembrava promettere bene, si sentivano gli uccelli fischiettare e sembrava primavera...Primavera...Ripensò alla Primavera di un anno prima: Seduto nudo di ogni vestito su una sedia girevole, i fogli sparsi come coriandoli del suo carnevale privato, la scrivania nera, i libri come antiche rovine di mondi perduti, la lampada moderna con lo stelo nero e lucido, al muro una riproduzione di Paul Klee e una locandina di un film coreano, sul tappeto rosso con i bordi gialli una donna nuda e arresa nella notte, un bicchiere di vino rosso in mano.
Lei gli disse che i suoi libri quasi la facevano bagnare. Lui le rispose che era evidentemente ubriaca. Lei ne convenne, ma aggiunse che lui la faceva bagnare. Gli osservò il pene accasciato sul bordo della sedia girevole e disse:- Potere fallico, menhir.- Lui sorrise e le osservò l'antro tra le gambe e disse:- Rifugio della carne.-
Era solo la scorsa primavera.
Non ricordava più bene se fosse una questione di qualità o una formalità, veramente non ricordava più bene. Cosa lo aveva condotto a sprofondarsi nel buio delle notti di città e finire ubriaco sotto i monumenti equestri Garibaldini o agli angoli dei parchi che dal verde mutano al nero ?
Il dottor Ghini si faceva aspettare e l'attesa era pregna di presagi, anche solo un ragno su quel ficus lì nell'angolo era un presagio, lui era entrato nei giorni carichi di segreti dove i gesti delle persone assumevano significati archetipici, in altre parole: La follia. Follia vestita di una tunica bianca nel senato della sua mente a declamare sentenze di morte.
Primavera d'amore con Marilù messa lì a leggere pagine di libri, a bagnarsi, a guardare film in bianco e nero. Marilù degli spiriti l'aveva battezzata lui, se la vedeva con una vestaglia bianca che si muoveva a scatti come nei film muti degli anni' 20, volto pallido e capigliatura nera e rossetto rosso, ma era in bianco e nero. Si era innamorato delle sue movenze di altri tempi. Lei, Marilù, lo aveva intervistato per una radio locale per la quale lavorava e la sera stessa si era ritrovata nel suo letto dicendogli:- Non ti preoccupare, non è troppo presto...-
Si incontrarono nei giorni a seguire e li voltarono con cura come fossero lenzuola bianche sulle quali lui scriveva le sue frasi con inchiostro nero e lei le leggeva. Anche l'estate dopo la primavera del loro incontro, li salutò abbracciati su una spiaggia ancora non affollata. Lei gli spalmò della crema protettiva sul naso, lì e solo lì, lui indossò un paio di occhiali scuri rotondi e guardò il sole. Lei gli guardò il profilo e si riempì di gioia.
La porta bianca con la targhetta nera si aprì, il dottor Ghini comparve nella sua rotondità. Un attimo dopo lui era dentro e dioceva con voce tremula: -Si può fumare? Qui si puo' fumare? Perchè se non si puo' fumare io non fumo sà...Ma se si puo' fumare...Beh, sarebbe ingiusto non farmi fumare, capisce?-
Il dottor Ghini gli allungò il posacenere con le sue dita grassoccie e rosee, ben curate.
Come decidere di radersi i capelli, di eliminare il caffè e le sigarette, di farla finita con qualcuno o qualcosa. Così era stato, da un momento all' altro durante la presentazione del suo ultimo libro dalla copertina bianca e dal titolo stagliato lì in nero e null'altro: " Le tue parole dentro".
"Dunque, la sua scrittura volutamente crpitica altro non è che il tentativo di spazzare via i residui classici di una formazione che le stava stretta?- Gli chiese uno spettatore con un pullover marrone ed una camicia a quadri che si muoveva a rallentatore.
Pausa. Respiro, respiro, sudore, battiti del cuore, le mani non stanno ferme, le mani non sanno stare ferme, le mani si muovono e avanzano, prendono il collo dell spettatore con pullover marron e camicia a quadri e cominciano a stringere. La violenza pensata, scritta nei libri che si fà azione, trascende nella realtà ed ecco che le mani stringono senza scopo , senza causa, come ci si sveglia la mattina, gesti automatici, il potenziale palesato.
Marilù intervenne, anche altri. Fù il suo primo attaccò di quella che luì chiamò una formalità o una questione di qualità.
Diede quattro lunghi tiri alla sigaretta e la schiacciò nel posacenere.
-Lei tornerà come nuovo, Giovanni. Arriveremo a capo di questa cosa.-
-A capo...Punto e capo...Fà bene andare a capo, fà respirare la storia, gli spazi sà? Sono importanti.-
Disse lui accavallando le gambe prima in un verso, poi nell'altro.
Marilù non lo lasciò mai, le sue spalle esili gli furono accanto e nel primo ricovero e negli altri due.
La violenza era per i passanti, per gli sconosciuti, per chi gli chiedeva un autografo, mai per lei. Marilù era al sicuro.
-Dottore...Io sto bene...Io sto male...Io non so come stare...Le parole dottore, le parole non mi bastano più, sono le mie mani a parlare adesso, mio padre me lo ha insegnato sà...-
-Cosa le ha insegnato suo padre.-
Silenzio.
-Dottore vorrei ucciderla.-
-Ah si? E per quale motivo?-
Silenzio.
-Mio padre aveva le mani di legno, le sue schegge si conficcavano nella mia pelle e in quella di mia madre, quasi ogni sera, quasi ogni sera, la sera...Mi fà paura la sera lo sà dottore?-
Marilù era fuori, aveva parcheggiato la macchina e lo attendeva leggendo una rivista di psicologia, un articolo sulle mamme che fanno ammalare i propri figli.
La porta si aprì. Il dottor Ghini accompagnava Giovanni all'uscita, gli teneva una mano sulla spalla, gli diceva:
-Lei è un ottimo scrittore...Arriveremo a capo di questa cosa...Nessuna matassa è così complicata da non poterne sciogliere il nodo.- E gli sorrise e sorrise a Marilù he ricambio'.
-Dottore, sono un fallito...Non studio, non lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport.-
Il dottore lo guardò e con aria paterna gli disse:- Già, un fallito.-