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Scritti e letti per voi da Giuseppe Merico.

Blogger: Cenresig
Nome: Giuseppe Merico
WWW.SCRIVOELEGGO.SPLINDER.COM LE RIFLESSIONI DI UNO SCRITTORE BISLACCO.
Giuseppe Merico, 1974. LIBRI: "Dita amputate con fedi nuziali" recensito da Luigi Bernardi, fondatore della collana Noir di Einaudi. Giraldi editore-2007. RACCONTI: "Romeo" sulla rivista Inchiostro, numero 5/6 ottobre dicembre 2005, "L'ospedale dei tubi chiusi" sul sito www.argonline.it-2007, "Il legame" sulla rivista Argo, numero 13, gennaio 2008, "Colline Cave" sulla rivista Argo, numero 14, luglio 2008 . RECENSIONI CARTACEE: INCHIOSTRO, numero 3/4 settembre novembre 2007, IL DOMANI di Bologna, novembre 2007. COLLABORAZIONI: Argo, rivista di esplorazione, addetto al settore narrativa.

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venerdì, 04 luglio 2008

IL TEMPO DELLE COSE VIVE

 

6a00d83454ed4169e200e54f0ec0498833-800wiNon trovai nessuno lì ad attendermi. La mia casa dà sulla spiaggia ed è bianca. Al mattino quando mi rigiro a mò di anguilla sulla sabbia o mi capita di camminare sul bagnasciuga, rimpiango il mio tempo. Quello delle cose vive. Ora tutto è morto. Una mina inesplosa, mi avvicino con cautela, è verde scuro ed emerge tra i granelli di sabbia, accanto ad un grosso tronco d’albero preistorico. Una mina inesplosa nei pressi di un orinatoio usato da Duchamp. La mina porta impressa una data, “1944”. Il metallo si è ossidato. C’è scritto un numero, leggo male, 00127… una sigla, EBZ. La nazione di produzione, Great Britain. Una mina nascosta da un busto di marmo. Di fatto ho dovuto scostare il busto per poterne leggere il numero di serie, la sigla e la nazione di provenienza. Con entrambe le mani ho spostato il pesante busto di Pallade e il corvo è volato via, l’ho seguito con lo sguardo, ha preso il mare. E’ scomparso all’orizzonte. La mia casa è bianca e si affaccia sul mare; nei pressi della mina inesplosa, questa mattina ho scorto un oggetto appuntito, ho cominciato a scavare stando attento alla mina. Quella se n’è stata lì, buona, senza fare “beo”. Ho scavato tutto il giorno, l’oggetto appuntito era un parafulmini. Più in basso, all’incirca dieci metri più in basso, ho scoperto i piani di cemento, le finestre rotte e senza vetri, i balconi nascosti dalla sabbia. Ho scavato una buca profonda cinquanta metri e ancora c’era da scavare. Ancora finestre e piani su piani, stanze e scale e ascensori e cavi. Una volta, mi ricordo di aver visto una foto su un libro di storia. Tornando a casa ho pensato: quello è l’Empire State Building. Sulla mia spiaggia non trovo mai nessuno ad attendermi, ma ogni giorno, ogni giorno che il sole sorge, scopro un pezzo di me, un pezzo di noi. Come stamattina, quando vicino ad un grosso meteorite, ho ritrovato la mia bicicletta. Con quella ho imparato a stare in strada, a pedalare, con quella mi sono ferito il mento e ancora adesso porto una piccola cicatrice. Una “Maino” gialla e nera da cross. Avreste dovuto vedermi quando mio padre me la portò. Ero, come dire… felice.

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categorie: racconti
lunedì, 23 giugno 2008

NELLA CONTEA DI ESISTENZA

Paranoia copy[1]La vita scorreva calma nella contea di "Esistenza". La signora Margot raccoglieva ciclamini com'era solita fare da vent'anni a quella parte, da quando la buonanima di suo marito le aveva lasciato in eredità la casa, l'appezzamento di terreno, e due pargoli: uno muto, l'altro cieco. La signora Margot, dal petto prominente, fiero e un altro aggettivo a vostra scelta, si poneva bene nei confronti della vita. Mai un lamento, mai un sospiro e le lacrime dovute all'occorrenza: i funerali e i matrimoni. A volte il figlio cieco si dimenticava di essere cieco e si metteva a fare il muto. D'altra parte, anche il figlio muto si dimenticava di essere muto e si metteva a fare il cieco. Questa era la vita della nostra signora Margot fino al giorno in cui nella contea di "Esistenza" non arrivò Monsieur Disperazione. La signora Margot, essendo la sua casa all’entrata del paese dalle parti del laghetto, lo vide prima  degli altri abitanti. Subodorò subito ci fosse qualcosa di malsano in quel tizio che veniva avanti con il suo ombrello nero sotto un sole inclemente. Chiuse subito le imposte, indicò con un dito la strada verso casa al figlio cieco che giocava in giardino e si arrabbiò perchè il figlio muto non rispondeva con la voce ai suoi richiami. Non chiedetemi perchè, ma andò a finire che Monsieur Disperazione si mise proprio a bussare alla porta della casa della signora Margot.

- Cerco asilo- Disse con voce calma, decisa, forte e lenta, Monsieur Disperazione.

- Vada via, per l'amor di Dio!- Gli rispose la signora Margot che intanto se ne stava al buio in cucina tenendo stretti a sè i suoi due figli.

- Cerco asilo, signora- Ripetè il losco figuro alla porta- Vengo da una terra devastata dalla guerra, afflitta dal rincaro della benzina, tormentata dalle epatiti B, C e di altro tipo. Signora, vengo dalla terra spaventata dalla meritocrazia, iniettata dall' ignoranza. Nella mia terra i bambini si pungono con le siringhe dei sieropositivi, gli assetati rimangono tali e gli affamati muoiono in un mese. Solo un pasto caldo e qualcosa da bere. Questo e nient’altro vi chiedo.- Concluse il Monsieur.

Furono i figli della signora Margot che andarono ad aprire, lei li vide correre alla porta e non potè fare nulla per fermarli.

Quel giorno, la signora Margot si aggirò sospettosa per casa aspettando che quell’ospite sgradito andasse via. Lo guardò mangiare la minestra di farro e bere l’acqua del pozzo. I suoi figli no. I suoi figli erano come attratti da quell’uomo seduto al loro tavolo. Quello cieco lo cercava con le piccole manine, l’altro figlio, quello muto tentava di articolare parole che non uscivano dalla sua bocca. La signora Margot se ne stava in piedi e contava i minuti e i secondi e non appena le fosse stato possibile avrebbe scacciato quell’uomo dalla sua casa…

Invece non andò così. Fu per merito dei suoi bambini che la signora Margot fu costretta  ad ospitare Monsieur Disperazione per lungo tempo. I due bambini gli si erano attaccati come fa il polline sulle ali di certi insetti. Il nostro Monsieur Disperazione che, non mi sono ancora soffermato a descrivere, aveva l’aria di chi ha provato un grosso spavento, un naso ricurvo, un paio di folti baffi neri e una smorfia melanconica sul viso tirato. Durante il giorno vestiva di nero e la notte quando andava a coricarsi nel piccolo lettino che la signora Margot gli aveva sistemato alla bell’e meglio in cucina, indossava una camicia da notte nera e sgualcita che gli arrivava sino ai piedi. La signora Margot, presa com’era dalla buona creanza e da una incrollabile fede cattolica, pensò più volte che il diavolo nella persona di Monsieur Disperazione fosse venuto a farle visita. Soprattutto, la signora Margot teneva di buon conto il fatto che nessuno nella contea di "Esistenza" venisse a sapere che ella teneva come ospite un così strambo individuo. Cosa avrebbe pensato la gente?

E mentre la signora Margot lanciava occhiate torve a Monsieur Disperazione, questi la ricambiava con gli occhi dell’innocenza, ma non un’innocenza fanciullesca quanto piuttosto quella di un animale senza peccato. In quei giorni, la signora Margot non cercò mai di scambiare due chiacchiere con il suo ospite. Di fatto non gli rivolgeva la parola. Lui si adattò a questa situazione e rispondeva solo “grazie” quando lei gli porgeva il piatto di minestra o gli lavava i panni. Ma il motivo primo, vero e vitale per il quale la signora Margot tenne in casa lo straniero fino a quando i suoi bambini non divennero adulti fu che suo figlio, quello cieco, prese a vedere, ma non la realtà come la vediamo noi coi nostri occhi, no: imparò a vedere il mondo spogliato dal velo dell’illusione. Imparò a distinguere il bene dal male e ad amarli entrambi. Capì che il tempo non esisteva e che tutto era, è, e sarà sempre qui e ora. Di fatto, grazie a Monsieur Disperazione, suo figlio cieco divenne un saggio all’età di diciotto anni. La gente della contea lo venerava quasi fosse un santo. Mentre, l’altro figlio, quello muto, scrisse un libro di quasi mille pagine che raccoglieva assieme tutte le parole del mondo e tutte quelle che lui non aveva mai potuto dire. E queste parole erano verità sulla vita, sulla morte, sulla contea di “Esistenza”. Negli anni a seguire, la copia originale del libro venne custodita nella più importante biblioteca di tutto il mondo conosciuto.

Purtroppo si sa, “il mondo è il mondo e non scrive storie a lieto fine”; girarono voci intorno al fatto che la signora Margot e Monsieur Disperazione peccassero di fornicazione. E nonostante la signora Margot si andasse a confessare tutti i giorni, fu proprio il parroco a mettere in giro tali voci. Si disse anche che il figlio cieco, quello venerato come santo altro non fosse che un impostore, che miracoli non ne sapeva fare e che l’altro figlio, quello muto, avesse scopiazzato il suo libro da chissà quale antico manoscritto. Certamente non aveva potuto scriverlo di suo pugno. Così diceva la gente.

La breve storia della nostra contea di “Esistenza” e dei nostri singolari personaggi ebbe fine il giorno in cui le nubi si fecero cariche di pioggia, il cielo si adombrò e tutti gli abitanti della contea videro i nostri personaggi allontanarsi all’orizzonte mentre la pioggia cadeva, ma non si trattava di acqua e nemmeno di sangue, ma di lettere di pietra grosse come un pugno:                                  t

s               g                                  u                                           v                      m

     d                                             h       r                          b                                       q

                               f                                                 z                         d                               r

g                                               l                             w 

                      g                                                                       e                                                            p

e                               q                      a

                                                                                                     o      

                                                         

 

Si narra che   la contea di “Esistenza” rimpianse per lunghi anni i nostri personaggi e si racconta- qualcuno lo dice- che tutt’e quattro: il ragazzo cieco, quello muto, la signora Margot e Monsieur Disperazione, vennero raffigurati sotto altre spoglie e in maniera oscura e nascosta all’interno della Cappella Sistina in Roma. E adesso, per concludere, vi svelo un segreto: io ci sono stato a Roma, ho visitato la Cappella e… li ho visti.

Ehi, voi che leggete, se vi capita di andare da quelle parti, aguzzate lo sguardo. Sono proprio loro, sono lì, non li vedete?                                                         

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categorie: racconti
lunedì, 16 giugno 2008

ARIAL

little venusScrivo in Arial, Mara. Ho lasciato il tuo volto nella colla, a respirarla. Ti ho lasciata di sopra, nella stanza con la finestra da dove si vede il mare. Hai lavorato bene con i colori, con il legno. Hai modellato cento forme e cento cuori. Ma io scrivo in Arial, Mara. Ed è così marziale, e mi sento così costretto ad essere qualcuno. Ti ho lasciato le sigarette e poi sono uscito nella sera coi lampioni, ho camminato fino all’incrocio, poi sì è fermato un autobus, non ricordo il numero e l’ho preso. La notte si è aperta all’incanto, cauta e dispettosa come le notti stregate che dipingi con colori scuri, i più scuri. Avevo il walkman nel cappotto: “Sit down! Stand up!” , faceva la canzone inglese. Mara il mio cuore va a picco, le scogliere e quant’altro. Sull’autobus c’era uno che si era ficcato il dito in bocca, forse per togliersi le rimanenze di cibo dai molari, forse per mostrarmi i denti come fanno i cani. Il mio cuore si è sciolto Mara e quel che è peggio è che scrivo in Arial. Dunque ho camminato nella notte frantumata dalle mie parole. Parlavo a nessuno e scrivevo sulla mia agendina nera. Quante volte ti ho detto di non toccare la mia agendina, Mara. Sono arrivato in un locale, sono entrato, la luce era poco più che luce. I contorni degli avventori erano sfumati e si dileguavano nel buio. Hai poi finito il “Dio della Pioggia”, Mara? La tua scultura più nera. Ho ordinato da bere, ma non come fanno gli americani che sembrano sempre portare una storia con sé. Io no. Io ho ordinato come uno che scrive in Arial, uno che se lo porta la morte, uno che c’ha il cuore liquido, uno che il cuore se l’è bevuto. Mara, ti ho scopata come se fossi una cagna, ti ho presa da dietro, te l’ho messo in bocca. Me ne sono stato in silenzio a bere. Quando ho deciso di aver finito di bere, sono tornato sui miei passi, ho aspettato l’autobus e sono rientrato a casa. La luce era accesa, quella dell’ingresso e anche quella delle scale che portano sopra. Ho ascoltato. Nessun rumore. Nessun rumore di Mara.
- Mara?-
Ho chiamato in Arial. Adesso parlo anche in Arial che uno con le “l” come le dico io non ce n’è.
Quando non hai risposto, ho smesso di cercarti, tanto io ti trovo. Il mio cuore fa le bolle, blup,blup.
E’ nel bagno che ti eri rintanata. Mara mi t’inculo.
E’ quando aperto la porta che ti ho vista: Nuda, di fronte allo specchio a guardarti, da sola, nella tua nerezza.
Quando mi hai visto, Mara dal cuore nero, mi hai detto di spogliarmi e stare lì con te ad aspettare il mattino.
- Nel bagno?- Ho detto mentre mi toglievo le mutande.
- Mara, non ho mai passato una notte nel bagno con una donna nuda, non ne vedo il motivo. E poi sono uno serio, uno che scrive in Arial e adesso lo parla pure.
E’ così che ci ha trovati il mattino, nudi nella vasca, abbracciati nella vasca fredda, senz’acqua. Il mio cuore sciolto, il mio cuore budino e la tua nerezza.
- Mara, lo sai che il mio cazzo è una stanghetta dritta?- Ti ho detto.
Mi hai guardato.
- Sì, come una fottuta lettera Arial – ho concluso.
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categorie: racconti
giovedì, 12 giugno 2008

GLI ULTIMI FATTI CIRCA IL MIO CASO

american_gothic_bigDel perché  mi sia spogliato di tutti i vestiti - e sia rimasto nudo agli occhi degli astanti di una via centralissima di Bologna - io ne sono all’oscuro. Poco tempo dopo mi trovavo al cospetto di un esimio dottore in psichiatria che aveva d’innanzi, sulla scrivania in finto legno, il mandato di Trattamento Sanitario Obbligatorio richiesto dai vigili urbani accorsi a rivestirmi con una giubba della polizia municipale. La richiesta dei vigili è stata accolta dal sindaco e adesso mi trovo qui. Il medico mi ha fatto tante e svariate domande alle quali ho risposto diligentemente. Mi trovo a guardare gli uccellini che saltellano nel piccolo giardino recintato del reparto psichiatrico. Ho telefonato a mia moglie, le ho detto:-

Mi hanno ricoverato.-

Lei ha risposto:-

Dove?-

-         In un reparto psichiatrico- Ho detto io.

-         Perché?-

Non le ho saputo rispondere.

Ha riattaccato.

Accanto a me c’è una ragazzina, bella, sembra provenire da una buona famiglia. Ha disegnato un cellulare su un foglio di carta, poi ha ritagliato il foglio e gli ha dato le dimensioni di un vero e proprio telefono portatile, c’è anche la marca: Nokia.

E’ lì, pigia sui tasti e compone messaggi che poi invia ai satelliti lunari, ai suoi amici spaziali. Quando capisce che la sto guardando sgattaiola via, nella sua camera. Io la seguo con gli occhi. Poi continuo a guardare il giardino e gli uccellini. Sono passati i giorni, mia moglie è venuta a trovarmi, abbiamo parlato di Mirko, nostro figlio. Mia moglie mi ha detto che ha una ragazza, che Mirko ha una ragazza. Si chiama Marika. Dice mia moglie che Mirko le parla di Marika, in continuazione.

Certi giorni piove e io rimango a guardare gli uccellini che non saltellano più sul prato, ma si riparano sotto le fronde degli alberi, per lo più pini dalle foglie strette.

E’ trascorso un mese da quando i vigili mi hanno portato qui:  Casa circondariale di Rimini.

Mia moglie si fa sempre meno presente.

L’ultima volta quando le ho chiesto di Mirko è scoppiata a piangere ed è andata via senza rispondere. E’ rimasto soltanto il secondino a guardarmi con la sua faccia butterata. L’ho conosciuto poi quel secondino. Si chiama Vanni e ha appena richiesto un mutuo per comprare casa assieme alla sua compagna, centocinquantamila euro e la casa sarà sua.

Da qui si vede il mare, quasi sempre calmo e quasi sempre ci sono navi che lo solcano, mercantili, ma anche barche di pescatori.

La mia è una cella speciale di un braccio speciale del carcere di Rimini. Da quanto mi ha detto Vanni, qui ci tengono i detenuti che necessitano di cure psichiatriche. Nella cella ci sono solo io, un lavabo, un cesso, un letto, niente specchi, una sola, piccola, finestrella con le sbarre che dà sul mare. Non è il porto di Rimini, quello deve trovarsi più in là, è un pezzo di mare aperto, ma non dev’essere poi tanto lontano dal porto. Mia moglie si è completamente scordata di me. Oggi mi hanno assegnato un avvocato d’ufficio. Ha la faccia simpatica, una barbetta bianca e rada, due spalle piccole e dritte.

Mi ha detto:-

Se lavoreremo assieme, la condanna ti sarà ridotta a vent’anni. Non posso scendere oltre.

-         Vent’anni, - ho detto io – invece di ?

E’ stato zitto per un po’, poi guardando in basso, distogliendo gli occhi dai miei, ha risposto:-

Invece del carcere a vita…

Ho passato notti insonni a grattarmi. L’ho detto al medico del carcere. Mi hanno tagliuzzato lembi di pelle con un bisturi sottile per vedere se avessi la scabbia. Negativo. Hanno pensato bene di aumentarmi la dose degli psicofarmaci. Adesso assumo, in ordine alfabetico:

Citalopram  cpr. (Compresse)

Halcion  cpr (Compresse)

Haldol gtt (Gocce)

Valium i.m (intramuscolare)

Zyprexa i.m a.b (intramuscolare. Al bisogno)

Mi gratto ancora.

L’avvocato d’ufficio mi ha chiesto dove avessi reperito la pistola. Non ricordo nulla, passo le notti a grattarmi, i giorni a parlare con Vanni della sua futura casa e a guardare questo pezzo di mare.

Il tempo in carcere davvero non si muove, ti si attacca alla pelle, alla superficie tutta e mentre, quando sei fuori libero, il tempo è quasi uno spettatore, in carcere invece no. Qui è il protagonista e tu diventi il tempo e  scorre lento e a volte incespica, cade e non si rialza.

Dalle indagini preliminari della questura di Bologna sono stati rinvenuti due corpi sul luogo del delitto: una donna di quarant’anni e un ragazzino di quindici. Lo studio balistico sui corpi ha riscontrato tre fori di proiettile sul torace della donna, un solo colpo che ha trapassato il cranio del bambino. Io continuo a non ricordare. L’avvocato d’ufficio mi ha chiesto se fossi a conoscenza del motivo per cui mi trovassi lì, nel carcere di Rimini. Gli ho risposto che no, non lo sapevo, ma lo sospettavo.

-         Sospettava cosa?- Ha detto l’avvocato solcando con entrambe le mani i capelli e la barba.

-         Mi sono spogliato in una via di Bologna, così, in pieno giorno… senza motivo.

-         Capisco.- Ha detto ed è andato via dicendomi che ci saremmo rivisti la settimana successiva.

Gli ultimi fatti circa il mio caso dicono che:

1 Sono uscito sul balcone con una pistola in mano, qualcuno mi ha visto e ha chiamato la polizia.

2 Mi sono barricato in casa tirando giù le tapparelle, staccando la luce e tagliando i fili del telefono. Ho anche spento tutti i cellulari.

3 Ho legato mia moglie e mio figlio sul letto matrimoniale, li ho legati assieme, usando una fune da rocciatore, rossa e bianca.

3/B Indagini più accurate hanno accertato che ho comperato la fune in una Ipercoop del mio quartiere.

4 Ho fatto fuoco.

5 Ho fatto fuoco.

6 Ho fatto fuoco.

7 Ho fatto fuoco.

Quando i poliziotti sono riusciti ad entrare mi hanno trovato in evidente stato di shock emotivo.

Allora - ho detto all’avvocato – Ci dev’essere stato una sorta di corto circuito, una sovrapposizione dei piani della realtà. Gli accadimenti nel reparto psichiatrico io me li ricordo tutti e anche quelli prima, ho imparato a ricordare durante le notti trascorse a grattarmi. Mi ricordo di essermi spogliato in pieno centro, mi ricordo dei vigili urbani, dell’esimio dottore, della ragazza che parlava col suo cellulare di carta con gli uomini dello spazio. Un cortocircuito, certo… - Ho continuato – Mia moglie che mi viene a trovare  e mi parla di Mirko, mio figlio e della sua ragazza, Marika.-

L’avvocato se ne sta in silenzio per tutto il tempo, poi mette la sua ventiquattrore sulla scrivania, mi guarda, pensa, apre la ventiquattrore, all’interno c’è una cartelletta rossa, la apre, tira fuori una piccola custodia di plastica, all’interno c’è una foto, me la mostra. Mi chiede:-

Conosce quest’uomo?

Guardo la foto: Capelli neri, lisci, tagliati corti, leggermente stempiato, occhi azzurri, naso piccolo e regolare, labbra sottili e sfuggenti. Un volto, uno dei tanti, non mi dice nulla.

-         No, non lo conosco.- Rispondo, continuando a guardare la foto dello sconosciuto.

L’avvocato se ne sta in silenzio, poi afferra il cellulare, compone un numero, dice qualcosa. Dopo un po’ si apre la porta, compare il dottore, l’esimio dottore del reparto di psichiatria di Rimini. Ci salutiamo.

-         Oh, dottore come mai è qui?- Gli faccio.

-         Avevamo un appuntamento, io, lei e l'avvocato...- Mi risponde sforzandosi di sorridere.

-         Come sta?- Mi chiede.

-         Nei guai. – Gli rispondo cercando di essere ironico, ma non ci riesco.

-          L’avvocato le ha mostrato la foto?- Mi chiede il dottore.

-         Sì - Dico.

-         Chi è quell’uomo?- Continua il dottore mettendosi al fianco dell’avvocato, in piedi, dietro la scrivania.

-         Non lo conosco, l’ho già detto all’avvocato.

-         E questo lo conosce? – Dice il dottore porgendomi un piccolo specchio di plastica.

-         Si guardi. – Continua.

Guardo nello specchio: Capelli neri, lisci, tagliati corti, leggermente stempiato, occhi azzurri, naso piccolo e regolare, labbra sottili e sfuggenti. Un volto, uno dei tanti, non mi dice nulla.

 

 

 

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categorie: racconti
domenica, 01 giugno 2008

IL NOME DELLA PAURA

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Ho visto la luce avanzare dal fondo della stanza, ho aspettato, ho fatto finta di contare, ho cercato di ingannare il tempo, ho cercato di ingannare la mia morte, la luce si è fatta più presente, ha invaso la stanza tutta e poi credo di essere morto, anzi lo so quasi per certo, poi sono morto. Fine.

Questa breve storia che porta all’esito più infausto che un essere umano possa immaginare per la propria vita è iniziata una settimana fa, adesso non pensate a lunedì, non tutte le storie cominciano di lunedì, né tanto meno tutte le settimane. Diciamo che era un giorno qualsiasi della settimana scorsa. Era mattino presto e come mia abitudine, mi ero svegliato prima degli altri, ho lasciato mia moglie di sopra, l’ho lasciata sul letto, sul suo lato, quello di destra, quello più vicino alla porta, anche se dovrei essere io a dormire nelle vicinanze dell’ingresso alla camera da letto, penso sia più un posto da uomo, ma tra me e mia moglie non ho ancora capito chi è che riveste il ruolo di maschio dominante, a mia moglie manca solo il cazzo per il resto è lei il capitano della nave. Io mi limito a preparare colazioni e così facevo quella mattina. Misi su il caffè e aspettai che venisse fuori ascoltando un pezzo jazz che mandava la radio accesa, misi su il latte, il brano jazz era lungo, disposi le tovagliette di plastica sul tavolo, tre, una per me, una per mia moglie, una per Silvia, nostra figlia. Il caffè venne fuori del tutto, il latte cominciò a bollire e il brano jazz si dilungava oltremodo infastidendo la mia pazienza. Odio il jazz. Da sempre. Quando mi avvicinai alla radio per farla tacere, spegnerla o al limite cambiare programma ala ricerca di musica con meno puzza sotto il naso, ecco che lo vidi. Se ne stava dietro il frigorifero, lì dove teniamo l’asse da stiro. Fui colto da uno spavento antico, mi si strinsero le chiappe, i peli sulle braccia si drizzarono e credo mi spuntò pure qualche capello bianco, così, all’istante. Guardai bene, poi mia moglie mi chiamò dal piano di sopra:-

- Filippo, scendo?

- Ehm…sì- Dissi con mezza voce che si infilava su per le scale e l’altra mezza che mi moriva nella gola.

-Filippo?-

- Ehm…. Sì?-

- Cosa c’è?- Fece mia moglie dalla camera da letto.

- Latte, caffè, merendine e il pezzo di torta avanzato da ieri.- Le risposi.

- No, cos’hai ?- Mi disse mia moglie mentre si affacciava dalla porta in cima alle scale.

Guardai dietro al frigorifero. Non c’era più niente.

Mia moglie mi guardò strano, anche io mi guardai strano, poi scese Silvia, nostra figlia e iniziammo la giornata.

A sera, rientrati a casa, ebbi paura, ma lo feci lo stesso, guardai dietro al frigorifero, niente. Quella notte, io e mia moglie scopammo bene, la paura provata al mattino necessitava di essere esorcizzata dal corpo.

Il giorno seguente, aprii la porta del bagno per fare acqua dopo la notte. Dopo aver finito tirai lo sciacquone, con gli occhi ancora mezzi chiusi feci scorrere l’acqua fredda, adoro l’acqua fredda in estate. Mi lavai la faccia, guardai nello specchio, il mio volto, la barba da fare, un brufolo sulla fronte sotto l’attaccatura dei capelli, poi lo vidi, dietro di me, lo vidi attraverso lo specchio. Mi congelai in un attimo, se mi avesse fatto qualcosa non sarei stato in grado di reagire, mi si strinse di nuovo il culo, i peli si rizzarono, la bocca mi si seccò, l’acqua scorreva, la mia faccia gocciolante. Paura. Venne mia figlia a interrompere il terrore.

- Papà?- Mi chiamò oltre la porta chiusa del bagno.

- Sì, Silvia.- Risposi, arrancando tra le parole.

- Papà, hai fatto?-

Mi diressi verso la porta senza guardarmi alle spalle, girai la chiave, vidi mia figlia, la abbracciai, lei mi disse:-

Papà, che fai? Sono grande!-

Continuai ad abbracciarla.

La giornata è trascorsa serena, in macchina, accompagnando Silvia alla scuola elementare, io e mia moglie parlammo del nostro futuro viaggio a Lisbona, saremmo partiti tutti e tre non appena Silvia avesse terminato la quarta. Mancava una manciata di giorni e avremmo preso l’aereo dall’aeroporto Marconi. Quel giorno, escludendo l’episodio del bagno, non accadde null’altro.

Ero inquieto, mi aggiravo per casa con il timore di rivederlo, guardavo sospettoso negli angoli, mentre leggevo il giornale seduto sul divano sollevavo gli occhi e li facevo girare per la stanza, mia moglie se ne accorse e mi chiese:-

Cos’hai?- Mi disse proprio così: “Cos’hai?”. Già, cos’avevo? Non le risposi, non risposi a me stesso. Accadde giorni dopo, ero in macchina, sempre di mattina. Aspettavo Silvia e mia moglie. Partiamo assieme, lascio mia moglie in ospedale dove lavora e Silvia a scuola. I platani verdi ondeggiavano nella verde brezza mattutina. Lo vidi sotto un albero, lo guardai, lui ricambiò lo sguardo in qualche modo. Le mie mani cominciarono a sudare mentre stringevo il volante, il motore spento. La paura è reattiva, la paura è utile, se non provassimo paura non saremmo in grado di reagire al pericolo, così dicono, ma talvolta la paura ti blocca, ti irrigidisce così che non puoi fare nulla se non guardare la fonte della paura e il tuo comportamento simile ad una statua di sale. Ti sgretoli. Continuai a guardarlo, non riuscivo a distogliere lo sguardo, se ne stava sotto il platano. Il mio cuore prese ad andare a mille, lo sentivo, sarebbe schizzato via dalla cassa toracica, la mia aorta sarebbe esplosa, sarebbe accaduto qualcosa di simile, se non fosse scomparso. Scomparve.

Ed ecco che venne alla mente un ricordo lontanissimo lasciato fuggire come un cavallo imbizzarrito dalla stalla del passato. Di fatto, i frequenti accessi di paura provati in quei giorni mi riportarono a una paura più antica provata il giorno in cui due miei amici mi legarono ad un palo in una villa che noi chiamavamo “dei fantasmi”. Tutto nacque come un gioco e di gioco si trattava se non fosse stato che mi lasciarono lì legato fino a quando non venne notte. Forse si erano scordati di me, forse i loro genitori li avevano chiamati per la cena, forse eravamo solo bambini. La villa dei fantasmi non era abitata, non più. Ci aveva vissuto un vecchio nobile, lo chiamavano “il conte”. Lo trovarono morto impiccato nella cantina, ai suoi piedi un grosso libro nero che raccoglieva i racconti di Edgar Allan Poe. Fu tutto un mistero gotico, la sua morte, i libri sparsi per terra, la grossa somma di denaro che venne ritrovata tra le pagine di quel libro nero. Il conte non aveva eredi, i soldi vennero stanziati per alcuni progetti comunali, la villa venne messa in affitto, ma nessuno decise di andarci a vivere, così il comune decise di venderla, ma rimase inabitata per anni fino a quando non venne abbattuta come le cose brutte e al suo posto ora sorge il parco comunale. Quella notte però, la villa esisteva ancora e il palo al quale ero legato anche. Il buio arrivò col canto della civetta che si diceva portasse scalogna a chi lo avesse ascoltato, le rane nel fiume, che scorreva non lontano dalla villa, presero a gracidare e a chiamarsi con la loro voce umida. La mia paura montò e divenne più grande di me, più forte di me. Mi decisi ad urlare, chiamai i miei genitori. Non so per quanto tempo me ne stetti lì da solo legato al palo ad urlare. Fatto sta che il mattino dopo ero nel mio letto con la febbre alta e saltai anche la scuola.

Mia moglie salì in macchina, mi disse che avevo il volto pallido, anzi no, disse “faccia”, proprio così, disse:-

Hai la faccia pallida.-

Mi guardai nello specchietto retrovisore. Era vero. Anche Silvia salì in macchina, partimmo. Guidai lentamente pensando alla mia paura, al nome che volevo darle, all’aspetto che aveva. Le macchine ci sorpassavano, guidavo in modo esageratamente cauto. La mia paura non aveva un nome, non aveva aspetto.

Quel giorno e quello successivo non accadde nulla, ma la paura era rimasta, ero sospettoso, aspettavo che sbucasse fuori da qualche ombra, da dietro la tenda, da dentro l’armadio, da sotto il letto, dal vano delle scale, dal bidone dell’immondizia, da sotto la mia scrivania in ufficio, da dentro l’ascensore, dal fondo del parco, dall’uscita di sicurezza del supermercato, dalla notte, dai sogni. Non accadde nulla.

La scuola di mia figlia finì. Quando la andai a prendere, l’ultimo giorno aveva un sorriso che mi diede la forza di continuare, in qualche modo mi svegliò dal torpore irreale nel quale la paura mi aveva condotto, come la morte sul suo destriero, in quei giorni. Anche per mia moglie arrivarono le tanto sospirate ferie. Salutò i suoi colleghi in ospedale e appena mi vide mi baciò con calore, con vigore. Non le dissi mai quello che mi stava accadendo, non ne feci mai parola e forse fu uno sbaglio perché almeno adesso lei potrebbe in qualche modo capire la causa della mia morte. Quel giorno mangiammo fuori, in una trattoria in collina. Mi ero rasserenato, saremmo tornati a casa, avremmo fatto le valigie e il giorno dopo saremmo partiti per il Portogallo. A sera, tornammo a casa. Di solito sono io che apro la porta di casa, che accendo la luce. Così feci quella volta. Girai la chiave nella toppa, aprii la porta, accesi la luce, mia moglie e Silvia erano rimaste un poco indietro, le sentivo sul vialetto, parlavano di costumi da bagno. La luce avanzò dal fondo della stanza, tra la porta della cucina e le scale che portano al piano di sopra. Non era la luce della lampadina che avevo acceso, no, era una luce innaturale, fredda, bianca. Al centro della luce c’era la sua sagoma, non so se mi stesse guardando o parlando, non sentii nulla, nemmeno dolore e nemmeno mi accorsi di tutto il resto, di quando mia moglie e Silvia mi trovarono riverso sul pavimento in una posa sguaiata o di quando venne l’ambulanza con le sirene spiegate nella notte o di quando il medico mi diagnosticò un infarto. In vita, ho cercato di dare il nome a molte cose, l’ho fatto, lo facciamo tutti sin da piccoli. Vediamo la mamma e impariamo a chiamarla “mamma”, poi “papà”, poi “casa” e ancora “pappa”. Diamo un nome a tutto fin quando non muoriamo, fintanto non incontriamo qualcosa come la paura alla quale non riusciamo a dare né aspetto né nome.

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giovedì, 29 maggio 2008

GLI DEI DELLA GUERRA

sangue1Un pò mi gira la testa, un pò mi tocco la gola, un pò mi lascio pensare, un pò mi ritraggo. Poi riemergo e vinco.

Mi ha lasciato sul letto, gocciolante di sperma. E' andata via tirando fuori il profumo dalla borsetta, se n'è spruzzato una piccola quantità sul collo ed è andata via. La mia donna usa il profumo. Un profumo che sa di bacche, di corteccia degli alberi, di fili d'erba bagnati, di bava di lumache. Quando l'ho conosciuta pensavo non fosse vera, pensavo fosse una candela di cera e che come quella si sarebbe sciolta. Sarei stato io a bruciarla e passatemi questa triste metafora. Invece è lei che mi brucia, mi succhia i coglioni, mi dice che è la mia troia, poi mi guarda mentre dormo. Una volta me ne sono accorto. Ho fatto finta di dormire, non si stancava di guardarmi, è passato del tempo, poi rapita da un sogno solo suo, mi ha carezzato una guancia e al suo tocco mi sono addormentato.

Un pò mi gira la testa quando me lo prende in bocca e fuori non piove e non c'è il sole, solo i soldati che portano le armi, le portano in spalla e prima o poi ci scopriranno, verranno qui, nella mia stanza e ci porteranno via. E' già accaduto ad altri. Entrano e ti portano via, è la guerra.

Un pò mi tocco la gola, il proiettile del soldato è partito dalla sua pistola quando ho cercato di fermarli, poco prima che la violentassero, lei, la mia donna. In un angolo, il più grosso dei quattro della milizia le spingeva il cazzo in bocca, nerboruto, nervo, tronco, nella sua bocca serrata. La sua bocca non si è aperta, la sua fronte sì, le hanno puntato la pistola alla testa e hanno fatto fuoco, poi hanno sparato a me. Un pò mi tocco la gola, un pò il sangue che scorre caldo.

Un pò mi lascio pensare dai voi che vivrete, voi che la guerra non vi ha toccato, voi che non conoscete l'uomo.

Un pò mi ritraggo, la pressione nelle arterie crolla precipitosamente.

Poi riemergo e vinco, perchè guardando la mia donna col cranio sfracellato e la mia gola ferita e il sangue che scoppia dalla carotide, premo il detonatore sotto il comodino e la carica posizionata sotto il letto fiorisce come la primavera e le fiamme che invadono la stanza sono rosse come le rose di maggio e le urla dei soldati sono canti di merli neri e la nostra morte è come l'alba con gli uccellini che cinguettano su fili di pali telefonici e la mia religione è la mia e quella dei soldati è la loro ed è per questo che noi muoriamo, assassini e assassinati, il sangue agli dei della guerra.

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venerdì, 23 maggio 2008

IL CAMERATA JOHNNY

untitledLe sere profumano di lavanda e muschio, gli erogatori di profumo entrano in azione dopo il calare del sole, così che Johnny tornando a casa può respirare l’aria artificiale che allontana gli effluvi malsani. La strada, le siepi, l’angolo con via della Salvezza, le rade macchine e il suo respiro all’interno della maschera antigas. Come dettato dalla legge entrata in vigore dopo l’ultima guerra, Johnny può togliersi la maschera perché gli erogatori hanno in dotazione un antivirale che allontana le possibilità di essere infettati dalle goccioline di Flugge degli Schizofrenici. Come una favola all’incontrario, gli Schizofrenici si allontanano con la sera, è il giorno il loro regno, è il sole che dà le visioni ed è nelle ore diurne che bisogna indossare le maschere antigas per non venire contagiati. Johnny, quest’anno ha gli esami di maturità, ha già ricevuto la lettera che lo chiama al fronte. La guerra è finita da due anni, ma i ragazzi vengono ancora arruolati come da decreto stipulato dal governo di Forza Nuova. Johnny ha studiato Dante e l’esame di maturità richiede una conoscenza dei gironi e delle bolge dell’Inferno. I canti affascinano la piccola testa di Johnny che si ritrova a camminare pensando a quando imbraccerà una mitragliatrice, a quando sparerà o non sparerà, è la potenzialità che lo affascina, lo seduce. Via della Salvezza è in fondo a via della Pietà, di fatto la taglia in due. Johnny torna da scuola, la maschera antigas penzola dalla sua mano destra, sembra un gatto morto e spelacchiato. Non c’è nessuno in giro, le case sono piene, le luci accese, è l’ora di cena. Incontrare uno Schizofrenico: Gli si para d’avanti, ha un sacco di juta che gli ricopre il corpo pieno di tagli, tagli di lamette sulle braccia, la bocca deformata da un trisma tetanico, un sorriso sbilenco, le unghie sporche e rotte, gli occhi allucinati. Johnny accellera il passo, lo Schizofrenico è scalzo, gli manca la forza del sole, la forza della visione, è rimasto solo, di solito si muovono in branchi. Prende a grattare  con le unghie su un muro poco prima di via della Salvezza. Johnny non sa che fare, se rimettersi la maschera antigas. Dante alle porte dell’Inferno, così si sente Johnny ora che lo Schizofrenico gli si è avvicinato, ora che gli mette una mano sul collo, ora che Johnny è irretito, ora che lo Schizofrenico gli alita sul collo e Johnny non partirà più al fronte e non darà più l’esame di maturità, ora che lo Schizofrenico gli canta in un orecchio una canzoncina dolce che fa: “Una mattina, mi son svegliato, oh bella ciao, bella ciao, bella ciao…”. Le unghie dell’appestato premono con forza sul collo di Johnny. I manganelli delle pattuglie di Forza Nuova sono lontani, non qui, nessun aiuto per Johnny che morirà tra via della Salvezza e via della Pietà.

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lunedì, 19 maggio 2008

UNA COSA SERIA

IO-04-C~Thanks-Businessman-Talking-on-Phone-PostersFatte le dovute presentazioni, mi sono seduto sulla sedia di pelle al centro dello studio. Lui mi stava di fronte e con fare accigliato mi chiedeva se avessi mai lavorato per una cosa del genere. Gli ho fatto di no con la testa, poi ho guardato la punta del mio mocassino destro, una foglia morta vi si era attaccata e me ne accorgevo solo ora. Fuori pioveva e il vento portava le gocce sulla finestra dai vetri oscurati del ventesimo piano del palazzo dove aveva luogo il mio colloquio di lavoro.

-         Ha mai ucciso?

Mi ha chiesto accendendosi una sigaretta.

-         Ah, mi scusi, la disturbo se fumo?

-         No- Ho risposto.

-         Capisco, non ha mai ucciso. - Ha continuato lui sistemandosi la cravatta blu sul grosso pancione fasciato da una camicia bianca.

-         No, dicevo, non mi da fastidio se fuma… E comunque sì, ho ucciso.-

-         Bene- Ha risposto lui lanciandomi un’occhiata penetrante e incisiva.

-         Già.- Ho risposto io, voltando lentamente la testa verso la finestra.

La pioggia lavava i vetri e le miserie di questa città trafitta dall’odio, dall’ipocrisia e dalla mediocrità. La pioggia lavava.

Mi chiese quanto sarei stato disposto a perdere. Non gli risposi. Non cercò una risposta a tutti i costi. Cambiò argomento e mi parlò di sua moglie, che gli voleva bene, che lo aspettava la sera, che gli telefonava tutti i giorni alle otto quando lui arrivava in ufficio e alle cinque e mezza, poco prima che lui tornasse a casa. Mi disse che rivestiva il ruolo di direttore da una decina di anni e che vari, diversi si erano avvicendati cercando di toglierli la poltrona da sotto il culo, ma lui, lui li aveva fatti fuori tutti, li aveva uccisi tutti. Me lo disse con l’aria più tranquilla di questo mondo. Poi se ne stette in silenzio. La pioggia cadeva e non sembrava più lavare, ma cancellare.

Sentivo la tensione salire, sarebbe accaduto, stava per succedere e io ero lì e non potevo farci nulla. Quell’uomo, il direttore dal grosso pancione mi avrebbe assunto e dato un incarico o in seconda istanza mi avrebbe licenziato sul colpo.

Mi chiese di procedere.

Mi abbassai, afferrai la mia valigetta, la cerniera fece “ziiiip”.

La stessa cosa fece lui.

Mise sulla scrivania il suo robot, un fantastico Gundam munito di scudo e tutto il resto. La pioggia non lavava, non cancellava, era pioggia e nient’altro. Tirai fuori dalla valigetta, il mio Mazinga Z. Il suo robot superava il mio in altezza e in robustezza, ma il mio Mazinga Z ne aveva vinte di battaglie. Il direttore fece il verso di uno sparo e la nostra battaglia cominciò.  Uccidere o essere uccisi. La pioggia smise di cadere, la nostra battaglia continuò sul tappeto dello studio e ve la potete immaginare la scena: Il direttore col suo grosso culo e il pancione fasciato dalla camicia bianca che si nascondeva col suo Gundam dietro un alto Ficus Benjamin mentre io sparavo raggi fotonici dal centro della stanza proprio sotto il lampadario con le gocce di cristallo e il tappeto damascato.

 

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domenica, 18 maggio 2008

IDROFOBIA

RABBIA_child-totScende la sera sulle colline, la notte la segue e ha l’aspetto di un monaco penitente. La finestra della casa manda una luce fievole e ingannevole, tremolante, nello spazio attorno. Il vento si leva a tratti, il suo pianto sommesso smuove la porta della casa. C’è un cane alla catena nel cortile della casa, sbava, digrigna alle ombre degli alberi, poi si stanca e torna nella sua cuccia fatta di cartone pressato. La notte è arrivata e non è più monaco ma schiera di cavalieri su cavalli neri. Nitriscono alla luna. La luce nella casa si spegne. Le colline sono buie, la notte è buia, gli alberi sono in lutto e il vento ha smesso di piangere. Il tempo si dilegua, il mattino arriva come un bimbo che fa gli scherzi. All’interno della casa c’è un uomo di mezza età, è seduto su una poltrona logora. All’inte